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Maps as a service: l’astrazione è la rimozione dell’inutile

Cartina

Vederle ancora così è romantico, almeno nel pensare a quante volte ci hanno accompagnato nei viaggi. Anche se chiuse e accartocciate in qualche vano del cruscotto, una volta srotolate le mappe rendevano il mondo più chiaro, oggi diremmo più navigabile; però adesso le cestiniamo perché sono passate di moda, ci davano troppe informazioni e non erano neanche georeferenziate. Insomma: non reggono più il paragone con l’efficienza odierna della tecnologia digitale, e non perché la realtà sia cambiata di tanto.

La realtà sta invece scomparendo. Sul non c’è il territorio, c’è la mappa.
Una mappa come la versione semplificata di una scultura; per crearla non si fa altro che togliere il superfluo per visualizzare solo ciò che ci interessa.
Ci rimane da vedere un sottoinsieme di dati estratti dalla realtà, o meglio, la digitalizzazione solo del posto cui siamo interessati.

E così prima è arrivato il dispositivo GPS e la sua ventosa sul parabrezza, poi Google negli smartphone. Pare che domani faremo a meno anche di guidare, e sul parabrezza della Google Car ci sarà un giorno un display, o addirittura indosseremo occhiali computerizzati. Forse accadrà prima di quanto ci aspettiamo.
Per immaginarlo basta osservare il comportamento dei nativi digitali: occhi bassi sul display. Non sono chiusi in se stessi, ma sono in contatto con le altre persone. Se non devono fare foto da condividere immediatamente non gli interessa cosa ci sia intorno, forse lo ritengono inutile.

Questi oggetti sempre più piccoli, meno costosi, quindi più mobili e sempre più personali influenzano il comportamento umano, ma come misurarlo?
È una variazione adimensionale, polimorfa e non misurabile con strumenti fisici, che sottende opportunità qualitative che la tecnologia oggi ci offre e ci toglie: infatti è probabile che con strumenti come Apple Siri le mappe non le vedremo più, nonostante la battaglia di queste ultime ore su chi ha la versione 3D migliore dell’altro. È uno dei risultati delle tecnologie che ci hanno permesso di analizzare una gran mole di dati, diventate un meme con il nome di Big Data, per un utilizzo davvero social.

Le conseguenze le scopriremo solo viaggiando, questa volta nel nuovo mondo digitale.

Massimo Chiriatti

Massimo Chiriatti

Informatico per professione, blogger su Nòva100-Il Sole 24 Ore per passione. Vive a Roma, si interessa di economia digitale e degli impatti che essa ha nella vita delle persone.

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