Nota a Margine

I neo-social-bulimici e la grammatica di internet

Web

Scena 1. Interno giorno. Casa editrice.

L’ Autore dialoga con la persona che si occuperà della promozione del suo libro. Controcampo.

Autore: Ecco, ora che il libro sta per uscire, lo lanciamo anche su internet, no? Apro un blog? e poi vado su Facebook? … e su Twitter? Su Twitter no? E poi, che altro c’è?»

Comunicatore: Sì, certo. Ma andiamo per ordine. Cominciamo dal blog: ha già utilizzato qualche CMS?

Autore: [Sguardo interrogativo e vagamente spaventato]

Comunicatore: Intendo uno di quei programmi che consentono di gestire siti, blog; qualcosa come wordpress, ad esempio.

Autore: No… [cauto]

Comunicatore: Ecco, allora magari, per il momento, mi concentrerei sui principali . Possiamo cominciare con una pagina Facebook dedicata. Lei ha già un profilo?

Autore: No, finora no… Pagina… profilo… che differenza c’è?

Comunicatore: In estrema sintesi: il “profilo” è per le persone (fisiche), la “pagina” per tutto il resto: aziende, prodotti, altre iniziative. Dunque anche per un libro.

Autore: E Twitter? Come si usa Twitter?

Comunicatore: Magari quello lo vediamo dopo, con calma. Cominciamo da Facebook…

Carrellata indietro. Dissolvenza

——

Questa scena immaginaria (ed esemplificativa) serve a dare l’idea di come, in genere, inizia l’ardua impresa di “formazione accelerata all’uso delle tecnologie della comunicazione” per autore tecno-analfabeta convertitosi alla rete, ma potrebbe trattarsi di imprenditore, manager, commerciante o qualunque altra cosa.

Ormai anche chi fino a poco tempo fa era tra quelli che “Io, Facebook? Per carità!” si è convinto che la rete può rappresentare un canale unico e insostituibile di comunicazione e confronto. E volendo promuovere qualcosa di suo, decide di fare, infine, il grande salto. L’unico problema è che quasi sempre il ‘convertito’ è convinto che il tutto sarà facile, veloce, immediato. Le tecnologie s’imparano (d’altra parte non sono ormai molto friendly?) e a buttar dentro contenuti su una pagina Facebook, si sa, non ci vuole nulla (se lo fanno continuamente i figli adolescenti non può essere complicato).

Non è sempre facile spiegare, viceversa, a chi si affaccia ora ai ‘nuovi orizzonti’ della comunicazione che non si tratta tanto di impadronirsi della ‘tecnica’, di creare profili qua e là, quanto di costruire da zero una propria “identità digitale”.

Le tecnologie, per quanto friendly, possono risultare impegnative per chi ne è completamente digiuno. Ma soprattutto ogni strumento o canale comunicativo va compreso a fondo perché lo si possa utilizzare efficacemente. E il risultato non sarà certo immediato.

Qualche esempio? La gestione di un blog richiede un bel po’ di lavoro: va aggiornato di frequente e in modo appropriato, e passerà del tempo prima di riuscire a portare da quelle parti un numero dignitoso di visitatori. Anche una pagina Facebook dev’essere aggiornata e monitorata di continuo. Se oltretutto non si può contare su un patrimonio preesistente di “amici” appartenenti a un profilo personale – a cui chiedere di diventare della pagina – ci vorrà un po’ prima che questa raggiunga una platea minima. Per non parlare di Twitter: lo sgomento che può cogliere chiunque il primo giorno sul social più in voga del momento metterebbe a dura prova anche l’ego più strutturato. Senza contare che proprio Twitter, nella sua apparente essenzialità, ha una propria complessa “grammatica” e una “ceromoniale” ben più raffinato di altri ambienti virtuali (basti pensare al rito settimanale del #FF). E fermiamoci qui.

Con questo non intendo affatto scoraggiare il neofita, anzi. Non è mai troppo tardi per lanciarsi nel “magico mondo di internet”. Sto solo dicendo che la costruzione di un sé virtuale è impegnativa e richiede parecchia attenzione e molto lavoro.

Solo due semplici consigli prima di cominciare:

  • se parti da zero non farti prendere dalla smania e all’inizio e limita la tua presenza in rete a pochi canali (anche uno solo va bene), quelli che sarai certo di poter presenziare con costanza.
  • essere già “qualcuno” nella vita reale conta fino ad un certo punto nel momento in cui crei i tuoi profili sui social network o apri un blog. Guadagnare fan, follower o lettori non dipende tanto da chi sei professionalmente nella realtà fisica, ma da cosa comunicherai, da come lo comunicherai e dall’empatia che riuscirai a creare con gli altri abitanti della rete. La popolarità e l’autorevolezza online si guadagnano sul campo, non ci sono sconti.

Insomma, per chi finora si è tenuto alla larga da certe “diavolerie tecnologiche” ed ora vuole recuperare la ricetta è: molto impegno, tanta pazienza e un pizzico di umiltà.

Chiara Calzavara

Si occupa da tempo di comunicazione online e social media.
Salpata dal giornalismo, ha navigato per l’ufficio stampa e la comunicazione istituzionale, per tuffarsi in Rete quando gli anni cominciavano ancora per 1. Ha visto il web spegnere le candeline 2.0 e gli spazi digitali popolarsi di nuvole… ma non ha ancora perso il gusto per le novità.

2 commenti

Commenti e reazioni su:

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2 Comments

  1. Maria Luisa P.

    25/05/2012 alle 10:53

    “Neo-social-bulimici”: definizione che rende molto bene il concetto e tutto ciò che (vi) gravita attorno.

    • chiararacal

      25/05/2012 alle 21:18

      Confesso di ‘rubato’ l’espressione “neo-social-bulimici” a Mariangela Vaglio, che l’aveva usata qualche giorno fa in una conversazione su FB. Anche io l’avevo trovata molto efficace e l’ho riutilizzata.
      Spero fosse in licenza CC 🙂

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