Interviste

Agenda Digitale: le risposte di Stefano Parisi di Confindustria Digitale

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Dopo i nomi della politica, Paolo Gentiloni per il PD e  Antonio Palmieri per il PDL, stavolta a parlarci di è il Presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi.

Presidente Parisi, si è da poco conclusa l’esperienza del primo Forum sull’Agenda Digitale italiana, qual è il suo bilancio dell’incontro?

Direi  molto positivo. Il Forum ha, di fatto, rappresentato il debutto pubblico di Confindustria Digitale, avvenuto di fronte a un pubblico qualificato di oltre mille persone e coinvolto interlocutori autorevoli quali la commissaria europea Neelie Kroes e i ministri dello Sviluppo economico Corrado Passera e dell’Istruzione Francesco Profumo. Con quest’iniziativa, le imprese italiane dell’Ict, ponendosi come partner del Governo, hanno potuto evidenziare l’opportunità che anche in Italia, l’Agenda Digitale diventi un grande progetto nazionale in grado di aprire il Paese a un nuovo ciclo economico. Per questo abbiamo proposto un piano operativo da mettere in cantiere subito, basato su cinque assi d’intervento e capace di innescare il circolo virtuoso dell’economia digitale, iniziando a generare in tempi rapidi reali prospettive di cambiamento.

La “Cabina di regia” del Governo è stata messa in moto, come si relaziona Confindustria Digitale con essa, e quali obiettivi sentite di voler privilegiare?

I sei temi su cui si è organizzata l’attività dei gruppi di lavoro nell’ambito della Cabina di regia, vale a dire,  infrastrutture e sicurezza, e-commerce, e-government e open data, alfabetizzazione informatica, smart communities, ricerca e innovazione Ict, rappresentano valide piattaforme di partenza per procedere all’attuazione dell’Agenda Digitale in Italia.  Da parte nostra siamo fortemente impegnati a fornire contribuiti di idee e proposte affinchè il lavoro del Governo possa dare, in tempi brevi, risposte concrete alle problematiche individuate. Per questo abbiamo creato, specularmente a quelli del Governo, sei  gruppi di lavoro al nostro interno, a cui prendono parte le aziende nostre associate. Nel breve termine riteniamo che debbano essere messe in atto tutte le misure necessarie a colmare il ritardo nell’uso dei servizi on line che scontiamo rispetto ai principali paesi europei.

Alcuni giorni fa avete presentato al Miur 20 progetti per far crescere l’Italia. Come sono stati accolti?

Si tratta del nostro piano operativo. E’ stato accolto con grande interesse e spirito di collaborazione. Confindustria Digitale ha offerto al  Ministro Profumo, che sta già realizzando importanti iniziative di innovazione nell’ambito delle competenze e funzioni del suo ministero,  un’ampia collaborazione nel quadro di una visione comune  per lo sviluppo dell’economia digitale.
L’utilizzo del web per le attività delle amministrazioni pubbliche e l’innovazione promossa attraverso le smart communities, saranno i pilastri di questa partnership che potrà dare risultati concreti già  nel breve periodo.

Lo scorso Gennaio lei affermò che le tecnologie digitali sono un potente motore di sviluppo e che la penetrazione di internet e l’economia digitale dovevano essere priorità del Governo. Oggi, a tre mesi di distanza, ritiene che il Governo si stia muovendo bene e con sufficiente rapidità?

Aver inserito nel proprio programma l’Agenda digitale come priorità è stato un passaggio fondamentale di questo Governo, che ha posto le basi per avviare finalmente un’iniziativa che potrebbe essere di portata strategica per il Paese. Oggi i sei gruppi di lavoro stabiliti nell’ambito della Cabina della regia stanno svolgendo un’attività rilevante, che riteniamo  possa iniziare a dare i primi frutti concreti nei prossimi mesi.
Contribuire far si che questo lavoro possa offrire in tempi brevi risposte alle problematiche individuate è anche un impegno di Confindustria Digitale.

Il Ministro Profumo prima e il Governo oggi hanno dichiarato il loro impegno nell’elargire 1,2 miliardi di incentivi alle imprese; quali pensa dovrebbero essere i settori da potenziare e sostenere per primi?

Dopo la richiesta di sacrifici per scongiurare il rischio di default, è ora necessario dare al Paese un segnale immediato e concreto  di nuove opportunità occupazionali e  imprenditoriali. Segnale che si può ottenere solo spingendo l’acceleratore sul percorso digitale. Per questo abbiamo proposto al Governo una serie di misure che mirano da una parte a sostenere lo sviluppo dell’e-commerce, dall’altra alla creazione di un vero mercato di venture capital con l’obiettivo è sostenere la nascita di giovani start-up internet italiane.
Sul primo punto si tratta di introdurre un’ Iva ridotta al 10% per acquisti on line su piattaforme che operano in Italia; Iva al 4% per contenuti editoriali on line; detassazione parziale ricavi delle Pmi da e-commerce.
Per quanto riguarda il secondo tema, va introdotta una detrazione d’imposta per gli investimenti di fondi di venture capital nelle start up, mentre la nascita di un “exit market” va favorita prevedendo sgravi fiscali per le aziende che decidessero di acquisire start-up italiane o che abbiano sponsorizzato la nascita di incubatori o piattaforme di aggregazione di idee e iniziative imprenditoriali.

Il Governo si sta impegnando per promuovere lo sviluppo delle infrastrutture, ma lei ha più volte evidenziato il problema della creazione di un’ecosistema digitale. È un problema solo di iniziativa privata o ritiene necessaria una differente cornice istituzionale e legislativa?

Il tema principale dell’ecosistema Internet riguarda lo sviluppo  del mercato legale dei contenuti e, quindi, la tutela del diritto d’autore. E’ un tema che richiede un approccio innovativo, che rimodelli sia  il sistema delle regole che  l’iniziativa privata.
E’ necessario, da una parte, individuare nuove forme di tutela e modalità di remunerazione degli autori, dall’altra introdurre nuovi modelli di business capaci di produrre un’offerta legale appetibile per i consumatori, in grado di soddisfare le richieste sotto il profilo qualitativo e temporale. Solo in questo modo sarà possibile contrastare efficacemente la pirateria digitale, che riteniamo essere fenomeno negativo che può condizionare lo sviluppo dell’intero ecosistema del web.

Si parla di ingenti fondi investiti nel comparto ICT, ma con quali incentivi e sgravi fiscali? Pensa ce ne sia la possibilità?

Il settore Ict, attraverso le sue 115 mila imprese, investe in Italia oltre 8 miliardi di euro annui. Gli investimenti dei soli operatori di Tlc sono tra i più elevati nell’Ue: con 14% degli investimenti sul totale dei ricavi l’Italia, infatti, è seconda solo alla Gran Bretagna (17%).
Per lo sviluppo delle nuove infrastrutture non occorrono fondi aggiuntivi, ma lo stabilirsi di un quadro autorizzativo semplice e omogeneo necessario per favorire il trend degli  investimenti nelle reti di nuova generazione. Mentre le risorse già individuate dal Piano UltraBroadband del Ministero per lo Sviluppo Economico vanno impiegate nelle aree in digital divide, a sostegno degli investimenti delle reti mobili a banda larga nei comuni con meno di 3.000 abitanti e di quelli nella fibra ottica per i distretti industriali.

Nell’Italia del futuro secondo il Presidente Parisi, come e quanto potrà pesare il comparto ICT sia in termini economici che sociali?

Secondo i principali analisti, l’economia digitale in Italia vale circa 32 miliardi di euro, pari al 2% del Pil, frutto di crescita media del 10% annuo. Finora ciò è avvenuto in modo praticamente fisiologico, vale a dire soprattutto sulla base della forza di penetrazione delle tecnologie digitali nell’economia e nella società. Ma se,  come sta accadendo nei principali paesi, lo sviluppo dell’Internet economy diventerà anche da noi il centro delle politiche per la crescita, se il Paese saprà cogliere questa grande opportunità in termini strategici, il contributo all’aumento del Pil potrebbe essere dell’ordine del 4-5% nei prossimi tre anni.

L’Open data nell’Agenda Digitale ha un ruolo importante, quanto e come potrà aiutare lo sviluppo delle imprese e l’efficienza della pubblica amministrazione?

Molti dei dati prodotti dalle pubbliche amministrazioni possono e devono essere messi a disposizione della comunità, attraverso standard aperti e universalmente disponibili, per favorire maggiore trasparenza dell’attività pubblica (bilanci degli enti locali ad esempio). Le Regioni si stanno dotando di leggi ad hoc, ma a ben vedere non ce ne sarebbe bisogno.
Nessuna delle Regioni che ha un proprio portale regionale di dati aperti (Piemonte, Lombardia, Veneto e Emilia-Romagna) lo ha fatto perché obbligata da una norma. Per aumentare l’efficienza e migliorare l’organizzazione delle Pubbliche Amministrazioni bisogna ridurre le leggi, non aumentarle; e pubblicare dati aperti non richiede necessariamente una legge ad hoc. Dal punto di vista dello sviluppo economico la disponibilità di banche dati (ad esempio quelle anagrafiche e cartografiche) permette la creazione di nuovi servizi e opportunità di business creando un circolo virtuoso tra pubbliche amministrazioni, imprese e cittadini.
L’obiettivo deve essere quello di creare maggiore valore per tutto il sistema: per le imprese, per la PA e per i cittadini. E l’open data non è il fine, è solo uno dei mezzi.

 

2 commenti

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2 Comments

  1. mario

    04/06/2012 alle 15:20

    Il signor Parisi ha guidato alla rovina l’azienda fastweb!! questo personaggio è stato coinvolto nella maxitruffa da 2 miliardi di euro da cui è riuscito a svicolare in modo allucinante ed è stato sospettato di legami con camorra e ndrangheta!! spero proprio di non vedere il mio Paese riconoscere qualsiasi tipo di valore a questo signore!

  2. Pingback: Stefano Parisi su Spending Review e PA: si sta perdendo il senso innovativo del provvedimento | Tech Economy

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