Unstructured Media Trends

Low Cost: non chiamatelo “Good Enough Revolution”

lowcost

Per fortuna sembra che ci siamo lasciati alle spalle il periodo in cui quando “Wired” (quello americano) fotografava un nuovo trend, qui da noi partiva la gara dei profeti locali di una nuova e presunta religione globale. Non fece eccezione, 5 anni fa, il pezzo di sulla “good enough revolution”, che forse per i toni un po’ troppo messianici venne scambiato per una nuova sconvolgente visione dell’economia.

Robert Capps

Se l’MP3, come affermava Capps, aveva sconfitto il pur superiore suono dei CD era semplicemente perché la leva della condivisione e la “libera” accessibilità allo sterminato catalogo pirata era molto più allettante della qualità superiore della musica non compressa. Anche perché – come dimostrato dagli studi citati nell’articolo – le nuove generazioni non solo non erano in grado di distinguere la differenza, ma addirittura sembravano preferire il suono piatto e metallico della musica di Napster all’onesto campionamento dei dischi originali.

Capps portava parecchi altri esempi a supporto della sua tesi, che – come già accadde prima a Tim O’Reilly e poi a Chris Anderson – gli apostoli nostrani finirono per esaltare anche oltre la volontà del  disseminatore originale. E superato il picco della disillusione, non era difficile prevedere l’effetto boomerang che porta oggi alla ribalta i profeti della “seconda bolla” e del “grande inganno del 2.0”.

Ma se provassimo a spostarci dalla lotta per la ribalta alla comprensione dei fenomeni, potremmo per esempio iniziare a riflettere sulle ragioni profonde dell’indubbia crescita della fetta di mercato “low-cost”, a cominciare dall’industria dell’elettronica di consumo.

Con l’intelligenza elaborativa che progressivamente si sposta dal device alla rete, e il sempre più evidente dominio di Android nel settore dei dispositivi mobili (che – lo dico per calmare da subito i suscettibilissimi apostoli della mela – prescinde dal singolo fattore dell’esperienza d’uso) il costo di smartphone e tablet in grado di offrire tutte le funzionalità più popolari è drasticamente sceso negli ultimi mesi.

Quasi per scommessa, qualche settimana fa, ho deciso di ordinare uno di questi oggetti a basso costo, il Pike10 della E-koore. Si tratta di un tablet da 10 pollici con sistema operativo Android Ice Cream Sandwich del costo di 158 euro. L’idea era da un lato quella di tenere in casa un oggetto che chiunque (persino quel ciclone di mia figlia) avrebbe potuto maltrattare senza eccessivo stress per l’investimento iniziale. Dall’altro lato, avrei trasferito dall’impegnativo PC a uno strumento più amichevole il compito di permettere la navigazione “immediata e ad accesso casuale” di tutta la famiglia. Non esattamente, quindi, “il centro delle attività digitali”, ma solo un accessorio connesso da usare per situazioni e scopi specifici e occasionali.

Bene, con tutti i suoi evidenti limiti il si è rivelato uno strumento ideale per questi scopi e situazioni, incarnando perfettamente la filosofia della “” secondo cui – per farla breve – non hai bisogno di una Porsche per andare a fare la spesa. A meno che – ovviamente – il tuo scopo non sia quello di farti vedere in Porsche nel parcheggio del supermercato, desiderio del tutto legittimo che peraltro identifica un’altra importante fetta di mercato, fondata su precise e consolidatissime leve emotive.

Ma torniamo al Pike10. Per le funzionalità elementari (utilizzare le app più diffuse, navigare, leggere una rivista, guardare foto o video) l’interazione fluida con l’ultima versione del sistema operativo Android garantisce una user experience più che sufficiente. Ovviamente se ci si incaponisce ad aggredire il più pesante dei siti flash – problema che il mondo Apple elimina alla radice – tutto diventa molto scattoso, ma la colpa di chi ha sviluppato la pagina, non dell’utente. Per lo stesso motivo sconsiglierei di utilizzare applicazioni e giochi particolarmente pesanti.

Ma proprio la diffusione sempre più capillare di questi device sembra spingere la comunità degli sviluppatori verso una “sostenibilità orizzontale” del software che peraltro, anche grazie al cloud computing, non sembra pregiudicare  in alcun modo la ricchezza delle funzionalità. L’applicazione di YouTube per Android, a cui non manca nulla e che è notevolmente fluida persino su tablet con CPU da un solo gigahertz, ne è uno degli esempi più efficaci. Del resto Google, per cui “tutto è software”, ha un chiaro interesse a dimostrare che “le cose che si possono fare” con questi oggetti molto economici non fanno rimpiangere troppo i device di fascia alta, proprio per mantenere un certo potere negoziale coi grandi produttori di elettronica di consumo. Il messaggio di fondo è “a tendere, i veri margini si faranno nella nuvola, non sul dispositivo”, e non è detto che si tratti di un futuro troppo lontano.

Nel frattempo – come dimostra la stessa EKoore, una piccola ditta del Casertano che assembla componentistica di ovvia origine cinese – il concetto di low-cost gadget si allontana sempre più dall’idea di rivolgersi a oscuri importatori di probabili fregature dall’estremo oriente. I clienti percepiscono il valore di una garanzia e di servizi post-vendita “italiani”, senza soffrire troppo (si veda il forum della stessa EKoore) del loro implicito ruolo di beta tester per prodotti soggetti alle tipiche intemperie del “time to market” più frenetico.

Nel definire la nuova “good enough revolution” si incrociano dunque alcuni trend concomitanti che credo sia saggio non sottovalutare. In estrema sintesi, mettendo prudentemente da parte la parola “rivoluzione”, potremmo dire che quella del low-cost è semplicemente una fascia di mercato sempre più ampia a valle della catena dell’hardware manufacturing . Con importanti ricadute sulle strategie non solo di chi fa marketing per i grandi brand, ma soprattutto di chi fornisce connettività e infrastrutture. E con importante materiale per la riflessione delle comunità di sviluppatori, sempre meno disposte ad accettare diktat da singoli produttori di hardware senza fornire granchè in cambio.

 

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini lavora da oltre 15 anni nel settore dei media. Dopo una serie di esperienze nella comunicazione istituzionale, prima in agenzia e poi in azienda, dal 2009 si occupa, nell’ambito della funzione Strategy del Gruppo Telecom Italia, dell’analisi degli scenari e dell’elaborazione delle strategie nella Media Industry. Dal 2011, nell’ambito della funzione Innovazione, si occupa di valutare potenziali partnership con start-up impegnate in progetti di creazione e distribuzione di contenuti multimediali. Esperto delle issues del mercato dell’Information & Communication Technology, svolge docenze e collaborazioni in ambito accademico. Dal 2008, in particolare, è membro del Teaching Committee del Master Universitario in Marketing Management (MUMM) della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma”. Ha inoltre condotto trasmissioni radiofoniche come “Conversational“, in onda su Radio Popolare Roma nel 2010-2011, nel corso della quale ha approfondito l’impatto dei social media nell’economia, nella cultura, nella politica e nella vita quotidiana delle persone.

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2 commenti

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2 Comments

  1. dadevoti

    30/04/2012 alle 16:17

    Bello, mi ha fatto pensare che potrei dotare mia madre ormai ottuagenaria di un tablet e tramite una economicissima connessione in remoto far partire una video chiamata con i suoi figli lontani. Il costo risibile vale la pena il tentativo. Con un ipad non ci proverei mai.

  2. antonio pavolini

    30/04/2012 alle 19:31

    con mia madre è meglio di no. non è ancora ottuagenaria, troppo vivace 😀

    a

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