Il problema delle mode, il più delle volte, è che passano di moda. Ed è per questo che c’è da stare poco allegri quando ci si rende conto di come oggi, tutto sommato, l’open data vada di moda. Sembra proprio che non se ne possa più fare a meno. A sentire chi ne parla, pare che l’economia non potrebbe ripartire senza. Che la Pubblica Amministrazione potrebbe collassare sotto il peso di dati che più che esser tali continuano ad essere tenuti.

E quindi ecco che tutti si affannano con entusiasmo e foga a liberare gli archivi come se fossero nanetti da giardino, affollando i repository di sofisticati dataset che indicano di tutto: dagli accessi alle piste ciclabili all’elenco dei CAP cittadini divisi per zona. Come vivere senza? Certo, di dati economico finanziari ancora non se ne parla. Di dati sui costi della sanità neanche l’ombra. Di dati sull’ambiente nulla, che sennò sai le proteste! Semmai ci sono i bilanci, ma tanto da quelli non si capisce molto, quindi possono anche essere messi online.

Sta di fatto che Comuni, Provincie e Regioni si affannano a scrivere leggi che spesso non brillano per utilità, visto che sovente si limitano a “suggerire” ad aziende pubbliche ed Istituzioni di fare . E non si capisce a che serva suggerirlo senza obbligare, giacché di certo già oggi non è certo vietato. Ma tutto fa brodo, tutto fa parlare. Che tanto questa è una moda, e basta aspettare che passi di moda. Parlandone, parandone, parlandone. Non sia mai che si faccia davvero qualcosa.

E quindi, mentre la rete rigurgita di articoli che spiegano i mille motivi per i quali fare Open Data, tutto sommato forse è meglio riflettere un po’ su quelli per i quali è meglio non farlo. È meglio soffermarsi a ragionare sul perché sia più proficuo sottrarsi a questa moda imperante del dato aperto, aspettando che lasci il posto a qualcosa di ancora più nuovo che attiri l’attenzione delle folle. E quindi servono motivazioni solide per poter rispondere a tono a quegli esaltati un po’ demodé che ancora non hanno capito che la moda degli Open Data sta per passare di moda. Ma basta poco: contro i mille buoni motivi per i quali sarebbe bello fare Open Data, ne bastano cinque per dimostrare incontrovertibilmente che in realtà è meglio non farlo.

Quali sono? Eccoli qui:

  • Fa emergere la corruzione: può apparire banale, ma è un dato di fatto. Mettere i dati sotto gli occhi di tutti evidenzia le discrasia ed enfatizza le discrepanze. Siamo sicuri che sia opportuno? Già il Paese ha patito tanto che forse è meglio evitare di insistere su questo punto. Oltretutto siamo in un periodo di crisi, e non sarebbe produttivo incrementare oltre l’odio sociale e favorire lo sviluppo di strumenti in grado di evidenziare il malaffare. Il Paese ha bisogno di un’iniezione di fiducia. Ha bisogno di credere nei suoi Amministratori. Non abbiamo bisogno di strumenti che li portino a doverci spiegare perché una prestazione che qui costa 10 lì costa 50! Lo hanno detto fior di filosofi, in fondo, che un po’ di corruzione fluidifica la burocrazia… E l’Open Data, in questo, non aiuta di certo! Per questo conviene non muoversi in questa direzione: l’Open Data fa emergere la corruzione, il malaffare, la cattiva gestione. Siamo sicuri che oggi sia opportuno?
  • Non necessita di costose infrastrutture: Quella dell’Open Data è una partita povera, per ingenui. Che senso ha impiegare energie e risorse per promuovere azioni legislative che spingano verso l’Open Data, quando per fare Open Data – in realtà – non servono grossi investimenti? In questo momento, in cui dobbiamo rilanciare l’economia e far lavorare le aziende (private o pubbliche che siano), è meglio focalizzare l’attenzione su leggi che impongano investimenti milionari. Per fare Open Data ce la caviamo con pochi euro. Il gioco non vale la candela. Al limite parliamo di riuso, di infrastrutture, di qualsiasi cosa che – pur avendo a che fare con i dati (che qualcosa tocca concedere) – ci imponga di investire cifre significative. Sennò chi ci guadagna? Suvvia, siamo seri: dobbiamo concentrarci sulle cose realmente importanti. Certo, l’Open Data non si fa a costo zero, ma quanto si potrà mai spendere per fare Open Data?  Non servono nemmeno portali costosi, che quelli che ci sono bastano ed avanzano! Ed allora perché impegnarsi in qualcosa che non costa, che non ci consente di governare budget significativi, che non ci permette di costruirci una filiera di favori, che oltretutto siamo pure prossimi alle elezioni? No, meglio concentrare altrove le proprie forze!
  • Da potere al cittadino: è noto, la conoscenza è potere. Ed i cittadini di potere ne hanno già pure troppo. Già con il voto, di danni ne fanno fin troppi. Figuriamoci se è opportuno metterli nelle condizioni di capire quello che succede. Di accedere a dati che consentano loro di farsi un quadro delle cose. Di verificare le informazioni che gestisce la PA e magari aiutarla pure ad usarle meglio. No. È meglio che il cittadino non abbia un potere reale, non abbia accesso a strumenti di conoscenza. Quello che l’Amministrazione da al cittadino è una sua concessione. Non deve certo diventare un diritto. E men che meno uno strumento di partecipazione. Che la partecipazione è bella in teoria, ma da gestire è una brutta grana. Non ne abbiamo bisogno.
  • I cittadini non capirebbero. E d’altro canto, per partecipare bisogna capire, ma il popolo è bue, lo dicevano anche i saggi, ed è bene che rimanga tale. Facciamo Open Data, ma come facciamo a far si che il cittadino capisca il valore dei dati che stiamo distribuendo? No. Sarebbe inutile. Il cittadino non ha le competenze per “leggere” i dati e comprendere le loro implicazioni. E quindi è meglio tenerlo all’oscuro. Tanto non capirebbe. Serve qualcuno che lo guidi, che gli spieghi, che lo imbocchi. Che gli fornisca una chiave di lettura della realtà bella e pronta. Che tanto il cittadino non è sufficientemente intelligente per capire quello che succede. A che serve dargli dei dati che potrebbero essere interpretati in maniera fuorviante? Meglio evitare. Meglio evitare!
  • Ci sono cose più importanti da fare. Che poi, parliamoci chiaro: nella situazione d’emergenza che stiamo vivendo, vogliamo pure perdere tempo con i dati? Ci sono mille cose più importanti da fare. C’è la situazione economica, le infrastrutture, la riforma delle pensioni, la crisi dell’euro. Insomma: abbiamo ben altro da fare che non pensare a mettere a disposizione i dati al cittadino. Mica penserete davvero che la disponibilità dei dati sia un driver di sviluppo economico? Mica penserete che la conoscenza è uno strumento di democrazia e che la democrazia potrebbe vivere oggi una nuova fase grazie alla disponibilità di nuovi strumenti e di nuovi contesti di partecipazione? Mica vorremo perdere tempo con l’Open Data, c’è ben altro a cui pensare!

L’Open Data è solo una moda. Una moda passeggera. Meglio non perderci tempo: rende trasparenti i processi, è uno strumento di partecipazione, facilita il controllo dei costi pubblici, favorisce lo sviluppo di servizi. Insomma: una vera grana.

D’altro canto già tutti parlano d’altro! Vuoi essere alla moda? Allora parla di Smart City. E meglio non chiedersi se prima che di Smart City il nostro Paese avrebbe bisogno di Smart Citizen.

Chief Editor di TechEconomy
Direttore dell’Associazione Italiana per l’Open Government, Stefano Epifani è docente universitario, giornalista e consulente di direzione. Scegliete voi in che ordine…

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