In Controluce

5 motivi per non fare Open Data

Open

Il problema delle mode, il più delle volte, è che passano di moda. Ed è per questo che c’è da stare poco allegri quando ci si rende conto di come oggi, tutto sommato, l’open data vada di moda. Sembra proprio che non se ne possa più fare a meno. A sentire chi ne parla, pare che l’economia non potrebbe ripartire senza. Che la Pubblica Amministrazione potrebbe collassare sotto il peso di dati che più che esser tali continuano ad essere tenuti.

E quindi ecco che tutti si affannano con entusiasmo e foga a liberare gli archivi come se fossero nanetti da giardino, affollando i repository di sofisticati dataset che indicano di tutto: dagli accessi alle piste ciclabili all’elenco dei CAP cittadini divisi per zona. Come vivere senza? Certo, di dati economico finanziari ancora non se ne parla. Di dati sui costi della sanità neanche l’ombra. Di dati sull’ambiente nulla, che sennò sai le proteste! Semmai ci sono i bilanci, ma tanto da quelli non si capisce molto, quindi possono anche essere messi online.

Sta di fatto che Comuni, Provincie e Regioni si affannano a scrivere leggi che spesso non brillano per utilità, visto che sovente si limitano a “suggerire” ad aziende pubbliche ed Istituzioni di fare . E non si capisce a che serva suggerirlo senza obbligare, giacché di certo già oggi non è certo vietato. Ma tutto fa brodo, tutto fa parlare. Che tanto questa è una moda, e basta aspettare che passi di moda. Parlandone, parandone, parlandone. Non sia mai che si faccia davvero qualcosa.

E quindi, mentre la rete rigurgita di articoli che spiegano i mille motivi per i quali fare Open Data, tutto sommato forse è meglio riflettere un po’ su quelli per i quali è meglio non farlo. È meglio soffermarsi a ragionare sul perché sia più proficuo sottrarsi a questa moda imperante del dato aperto, aspettando che lasci il posto a qualcosa di ancora più nuovo che attiri l’attenzione delle folle. E quindi servono motivazioni solide per poter rispondere a tono a quegli esaltati un po’ demodé che ancora non hanno capito che la moda degli Open Data sta per passare di moda. Ma basta poco: contro i mille buoni motivi per i quali sarebbe bello fare Open Data, ne bastano cinque per dimostrare incontrovertibilmente che in realtà è meglio non farlo.

Quali sono? Eccoli qui:

  • Fa emergere la corruzione: può apparire banale, ma è un dato di fatto. Mettere i dati sotto gli occhi di tutti evidenzia le discrasia ed enfatizza le discrepanze. Siamo sicuri che sia opportuno? Già il Paese ha patito tanto che forse è meglio evitare di insistere su questo punto. Oltretutto siamo in un periodo di crisi, e non sarebbe produttivo incrementare oltre l’odio sociale e favorire lo sviluppo di strumenti in grado di evidenziare il malaffare. Il Paese ha bisogno di un’iniezione di fiducia. Ha bisogno di credere nei suoi Amministratori. Non abbiamo bisogno di strumenti che li portino a doverci spiegare perché una prestazione che qui costa 10 lì costa 50! Lo hanno detto fior di filosofi, in fondo, che un po’ di corruzione fluidifica la burocrazia… E l’Open Data, in questo, non aiuta di certo! Per questo conviene non muoversi in questa direzione: l’Open Data fa emergere la corruzione, il malaffare, la cattiva gestione. Siamo sicuri che oggi sia opportuno?
  • Non necessita di costose infrastrutture: Quella dell’Open Data è una partita povera, per ingenui. Che senso ha impiegare energie e risorse per promuovere azioni legislative che spingano verso l’Open Data, quando per fare Open Data – in realtà – non servono grossi investimenti? In questo momento, in cui dobbiamo rilanciare l’economia e far lavorare le aziende (private o pubbliche che siano), è meglio focalizzare l’attenzione su leggi che impongano investimenti milionari. Per fare Open Data ce la caviamo con pochi euro. Il gioco non vale la candela. Al limite parliamo di riuso, di infrastrutture, di qualsiasi cosa che – pur avendo a che fare con i dati (che qualcosa tocca concedere) – ci imponga di investire cifre significative. Sennò chi ci guadagna? Suvvia, siamo seri: dobbiamo concentrarci sulle cose realmente importanti. Certo, l’Open Data non si fa a costo zero, ma quanto si potrà mai spendere per fare Open Data?  Non servono nemmeno portali costosi, che quelli che ci sono bastano ed avanzano! Ed allora perché impegnarsi in qualcosa che non costa, che non ci consente di governare budget significativi, che non ci permette di costruirci una filiera di favori, che oltretutto siamo pure prossimi alle elezioni? No, meglio concentrare altrove le proprie forze!
  • Da potere al cittadino: è noto, la conoscenza è potere. Ed i cittadini di potere ne hanno già pure troppo. Già con il voto, di danni ne fanno fin troppi. Figuriamoci se è opportuno metterli nelle condizioni di capire quello che succede. Di accedere a dati che consentano loro di farsi un quadro delle cose. Di verificare le informazioni che gestisce la PA e magari aiutarla pure ad usarle meglio. No. È meglio che il cittadino non abbia un potere reale, non abbia accesso a strumenti di conoscenza. Quello che l’Amministrazione da al cittadino è una sua concessione. Non deve certo diventare un diritto. E men che meno uno strumento di partecipazione. Che la partecipazione è bella in teoria, ma da gestire è una brutta grana. Non ne abbiamo bisogno.
  • I cittadini non capirebbero. E d’altro canto, per partecipare bisogna capire, ma il popolo è bue, lo dicevano anche i saggi, ed è bene che rimanga tale. Facciamo Open Data, ma come facciamo a far si che il cittadino capisca il valore dei dati che stiamo distribuendo? No. Sarebbe inutile. Il cittadino non ha le competenze per “leggere” i dati e comprendere le loro implicazioni. E quindi è meglio tenerlo all’oscuro. Tanto non capirebbe. Serve qualcuno che lo guidi, che gli spieghi, che lo imbocchi. Che gli fornisca una chiave di lettura della realtà bella e pronta. Che tanto il cittadino non è sufficientemente intelligente per capire quello che succede. A che serve dargli dei dati che potrebbero essere interpretati in maniera fuorviante? Meglio evitare. Meglio evitare!
  • Ci sono cose più importanti da fare. Che poi, parliamoci chiaro: nella situazione d’emergenza che stiamo vivendo, vogliamo pure perdere tempo con i dati? Ci sono mille cose più importanti da fare. C’è la situazione economica, le infrastrutture, la riforma delle pensioni, la crisi dell’euro. Insomma: abbiamo ben altro da fare che non pensare a mettere a disposizione i dati al cittadino. Mica penserete davvero che la disponibilità dei dati sia un driver di sviluppo economico? Mica penserete che la conoscenza è uno strumento di democrazia e che la democrazia potrebbe vivere oggi una nuova fase grazie alla disponibilità di nuovi strumenti e di nuovi contesti di partecipazione? Mica vorremo perdere tempo con l’Open Data, c’è ben altro a cui pensare!

L’Open Data è solo una moda. Una moda passeggera. Meglio non perderci tempo: rende trasparenti i processi, è uno strumento di partecipazione, facilita il controllo dei costi pubblici, favorisce lo sviluppo di servizi. Insomma: una vera grana.

D’altro canto già tutti parlano d’altro! Vuoi essere alla moda? Allora parla di Smart City. E meglio non chiedersi se prima che di Smart City il nostro Paese avrebbe bisogno di Smart Citizen.

Chief Editor di TechEconomy.
Docente universitario, giornalista, advisor per le Nazioni Unite.

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22 commenti

Commenti e reazioni su:

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22 Comments

  1. Riccardo Corradino

    26/04/2012 alle 23:58

    Sul piano strettamente giuridico continuo a ritenere che non sia stato rivoluzionato assolutamente nulla, ma si sia fornita la spalla alla creazione di un nuovo strumento propagandistico in quanto i dati generati dalla PA sono concettualmente open da sempre sulla base del principio amministrativo consolidato di leale collaborazione dell’amministrazione pubblica e del principio consolidato a livello comunitario del diritto del cittadino a ricevere una corretta amministrazione.

    • Stefano Epifani

      27/04/2012 alle 12:53

      Infatti sono convinto che non serva una rivoluzione del Diritto, ma della volontà! 🙂

  2. Alberto Cottica

    27/04/2012 alle 00:04

    Ci sono mille cose più importanti da fare. C’è la situazione economica, le infrastrutture, la riforma delle pensioni, la crisi dell’euro.

    Hai dimenticato il fondamentale dibattito sull’art. 18. 😉

    • Stefano Epifani

      27/04/2012 alle 12:54

      LOL! 🙂

  3. Gianfranco Personé

    27/04/2012 alle 00:40

    È vero che i bilanci non li capisce nessuno, ma non mi risulta che ci siano tutti questi bilanci dei comuni, delle provincie e delle regioni on-line. Infatti come dice un mio amico, se non viene presentato il bilancio di condominio (che deve essere il più chiaro possibile) i condomini come minimo ti cacciano e ne prendono uno nuovo di amministratore. Perché allora noi cittadini non ci incazziamo con i nostri sindaci, assessori, presidenti di regione e politici in genere per la poca chiarezza e trasparenza, per atti che invece nei nostri condomini invece sono dovuti?

    • Stefano Epifani

      27/04/2012 alle 12:55

      in realtà la trasparenza “vorrebbe” che ci fossero… ma si sa… che tra il dire e il fare…

  4. M. Fioretti

    27/04/2012 alle 07:05

    qual è il motivo per cui non si riesce a fare copia e incolla dal testo dell’articolo? Che scopo ha? A parte quello di rendere più difficile citare frasi in Twitter, Facebook eccetera, per portarvi più lettori.

    Comunque, ottima e assolutamente veritiera la considerazione finale sulle smart city come nuova moda. Bravo Epifani!

    A R. Corradino: è vero che finora non è cambiato ancora nulla di rilevante, ma sbagli a dire che in principio open data non cambierebbe nulla perché “i dati generati dalla PA sono concettualmente open da sempre”

    Primo perché confondi open data con trasparenza. Alla base di open data c’è anche e soprattutto la garanzia che di poterli riusare per qualsiasi scopo, cosa totalmente assente nei principi che citi, perché quelli sono relativi alla trasparenza.

    A parte questo, mi risulta che (ricopio un mio commento sullo stesso punto già fatto su un altro sito:

    [in Italia] Non è ammissibile un accesso per un controllo generico sulla legittimità degli atti dell’Amministrazione…dice l’art. 24 della legge 241/1990, citato alla presentazione del manifesto italiano per l’open government proprio come una delle cose da abolire per fare seriamente open government [e open data] in Italia.

    Nell’Open Data non esiste il concetto che per avere accesso a un set di dati devi chiedere e spiegare perché volta per volta: se un data set può essere divulgato, deve essere messo online per tutti punto, senza perdere tempo e soldi pubblici a chiedere e gestire permessi.

    • Riccardo Corradino

      27/04/2012 alle 09:37

      Ciò che osservi è parzialmente corretto, nel senso che c’è un divieto amministrativo di controllo generalizzato dell’agire pubblico per una questione di congestione burocratica; dovendo fare richiesta di accesso formale motivato per prendere visione degli atti il flusso diventerebbe pesante.
      Ma questo vale per gli atti per i quali il cittadino ha un interesse legittimo, per cui riguardanti un rapporto strettamente personale.
      A mio modo di vedere giuridicamente l’argomento, coinvolgendo anche le norme sul diritto d’autore riguardanti i (non) vincoli sui contenuti prodotti dalla PA, il problema poteva già risolversi con i principi che ho richiamato nel post precedente.

    • admin

      30/04/2012 alle 19:15

      Il motivo del mancato copia & incolla era un bug di un plugin! Grazie della segnalazione! 🙂

  5. morena

    27/04/2012 alle 13:00

    il problema giuridico sull’open data e’ piu’ serio di quanto non sembri, tra ostacoli supposti (molti) e reali (comunque tanti). Che gli atti siano e debbano essere pubblici – e come tali accessibili… – nessuna obiezione, ma sui dati ci sono questioni delicate sul diritto a conoscere e sulla disponibilita’ – anche a livello di copyright – degli stessi. Solo l’open by default puo’, a mio avviso, aiutare a tracciare una chiara linea di demarcazione..

  6. Giorgio Carofiglio

    27/04/2012 alle 14:44

    Scusate ma questo articolo è orribile, soprattutto il punto “DA POTERE AL CITTADINO” …….ma figuratevi è giustissimo pagare tasse senza avere servizi d’informazione e senza avere riscontri nei bilanci. Spero che l’autore dell’articolo abbia i suoi interessi perché se questa è informazione io sono babbo natale !! Che bel consiglio che si da alle nove generazioni rimanete disinformati vivrete sicuramente meglio senza sapere dove andranno le vostre tasse, LAVORATE LAVORATE CITTADINI tanto poi chi ci guadagna sono i politici, i mafiosi( mafioso è giusto un sinonimo)la banche, e le aziende di armi. Beata ignoranza te far sta bene de mente de core e de panza !!!!

  7. mimmoP

    27/04/2012 alle 15:01

    Mi hai convinto, dico al responsabile del CED che ha ragione. Meglio nascondere tutto :;-)
    ReTwitto perchè tutti sappiano

  8. M. Barbera

    27/04/2012 alle 19:26

    Bello, bellissimo, geniale!!!

    Le smart cities sono la nuova fuffa. Assolutamente nessun contenuto o quantomeno confusione totale, ma perfette per risolvere il problema “Non necessita di costose infrastrutture”. Mi piacerebbe, fra un paio d’anni, fare un censimento dei progetti smartcities in italia, ci sarà da ridere (o piangere) 😉

    P.s. Ci stiamo lavorando a intermittenza da oltre un anno , ma prima o poi arriveranno questi bilanci che si capiscono. Spero presto (primi di giugno?).

  9. Luca

    27/04/2012 alle 21:17

    “fa emergere la corruzione”
    “non necessita di costose infrastrutture”
    “da potere al cittadino”
    “il cittadino non capirebbe”
    o questa è una trollata senza precedenti oppure qualcosa non mi torna in questo articolo.

    “ci sono cose più importanti da fare”
    ecco, forse questa è l’unica cosa sensata.

  10. Pingback: Non so a voi, ma a me qualcosa non torna | ReefBits.net

  11. Michele Perone

    29/04/2012 alle 07:42

    Scusa, se agli open darà non viene dedicata nemmeno un puntata di Porta a Porta vuol dire davvero che è tutta tuffa.

  12. Claudio Menzani

    30/04/2012 alle 12:19

    Ci stavo quasi per cascare…da primo di aprile 🙂

  13. Dciacc

    02/05/2012 alle 08:59

    Articolo molto cinico, forse per fare piú visite.
    Incattiviti da un mare di truffe gli italiani adesso dicono che per evitare il problema basta non conoscerlo.

    Da tradurre in inglese solo per il gusto di ascoltare il parere del mondo civilizzato.

  14. Maurizio

    09/05/2012 alle 10:11

    Complimenti per lo stile ironico. Totalmente daccordo ovviamente. Gli interesse dietro l’open data sono similari a quelli sulla trasparenza della politica. E’ necessario lavorare con un occhio che guarda lontano, noi che lavoriamo sulle implementazioni tecniche dei sistemi per la pubbica amministrazione , perchè dobbiamo cogliore le opportunità economiche dietro l’open data.

  15. Pingback: Sicilia: open data contro inefficienza e corruzione nella PA | Tech Economy

  16. mattia

    18/09/2012 alle 20:47

    Bel pesce d’aprile! C’ ero cascato!

  17. Riccardo Innocenti

    13/12/2012 alle 10:58

    Va tutto bene, ottima ironia (che non guasta mai). Ma province si scrive senza i e nessuno degli enti locali scrive leggi (né tanto meno le emana).
    Detto questo, non sarebbe male ricordare che occorrerebbe investire anche qualcosina sui contenuti (sull’informazione e non solo sui dati) oltre ai tanti sprechi su hardware e software.

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