Letti da fuori

Apocalittici e poco integrati: il problema dei vip con Twitter e Facebook

Politica

«Chi vuole parlarmi, mi telefoni.» Con questa frase conclusiva, nei giorni scorsi, Massimo , filosofo ed ex sindaco di Venezia, ha concluso una sua personale invettiva contro e Facebook, definiti signorilmente “letamai virtuali” e inutili luoghi per frustrati che non vivono ma passano il tempo a scambiarsi messaggini.

L’ira di Cacciari sarebbe stata generata dal fatto che su Twitter da qualche tempo impazza un suo profilo, ovviamente fake, che twitta (si presume) prendendo per il sedere il filosofo, il quale, nonostante tutti i suoi sforzi e le segnalazioni alla Polizia Postale, non riesce a farlo chiudere. Di qui la sfuriata, che sul piano dell’esasperazione umana è comprensibilissima, ma forse lo è un po’ meno quando si pensa che proviene da un intellettuale fra i più quotati di questo paese, nonché politico di spicco: un tizio insomma che sia per mestiere che per passione deve pensare criticamente alla comunicazione, e possibilmente avere su di essa, e quindi anche sui nuovi media, una opinione un po’ più articolata di quella della signora Maria che va a fare al spesa al mercato di Rialto.
Già un filosofo che parte da una sua personalissima (ma perciò stesso limitata) esperienza per fare dichiarazioni generali e generalizzate sui Social un po’ la figura della Signora Maria ce la fa; ma è proprio tutta l’intervista di Cacciari che sembra partorita da un fake per fargli fare una pessima figura.

I potenti sono da sempre oggetto di scherno e parodia: un politico e un personaggio pubblico devono mettere in conto la presa per il sedere: nell’Ottocento avveniva con i sonetti appesi sulla statua di Pasquino, oggi con la creazione di profili fake come quello di un altro sindaco, Alemanno, su Twitter, o del successore stesso di Cacciari, Orsoni, a Venezia. Il fake su Twitter o Facebook è l’equivalente dell’imitazione della Marcegaglia fatta dalla Guzzanti, o da Crozza di Montezemolo. La differenza e il pericolo non sta nel fake in sé, ma nel fatto che in una nazione con scarsa alfabetizzazione informatica come il nostro spesso il fake, anche quando è plateale, possa venire scambiato per vero persino da addetti ai lavori (pubblico e giornalisti). In quel caso però il problema non è “internet” o i social network: consiste semmai nella dabbenaggine e nella scarsa propensione al controllo dell’utente medio italico, che, proprio perché non abituato ad usare la rete e digiuno dei suoi meccanismi, finisce per cascare nelle bufale più manifeste.

La novità della rete e dei fake dei social semmai è che si tratta di una satira che parte dal “basso”. I potenti di ogni epoca sono sì abituati alla satira, ma fatta da comici riconosciuti come tali e per questo in qualche modo “assorbiti” e metabolizzati dal sistema. Un Crozza, una Guzzanti hanno, nella mente delle loro “vittime” illustri, una dignità di pari grado: sono personaggi televisivi e di successo, non è escluso che “carnefice” e “vittima” frequentino gli stessi ambienti, si incrocino nelle stesse trasmissioni, si possano amabilmente chiamare per telefono per commentarsi e complimentarsi reciprocamente. Il fake di internet è spesso totalmente anonimo, e parte dal basso: più affine all’originale Pasquino, non a caso scatena nel vip la medesima irosa reazione giudiziaria. I Pasquini vengono denunciati alle guardie, i giullari di corte no: anche in questo non vi sono dinamiche nuove sui social rispetto al passato, ma solo la sua continuazione con altri mezzi.

Lasciando dunque da parte il fatto che la reazione di Cacciari al suo fake è la medesima di un Pio X, la analisi cacciariana dei Social non è molto meglio. Definire l’intera galassia dei social un manipolo di frustrati che si scambia messaggini su temi inutili è un po’ come ridurre l’invenzione della stampa allo strumento per creare i giornali di gossip di Signorini.
Ma anche la chiusa finale “Chi vuole parlare con me mi telefoni” parte dalla stessa reazione “aristocratica” del potente contro Pasquino: nella mentalità di Cacciari gli unici autorizzati ad interagire a livello intellettuale con lui sono i suoi pari, ovvero quella cerchia di persone che possiede il suo numero di telefono, ma che soprattutto, anche quando riesca a scovarlo, è comunque in grado di farsi rispondere da lui. Mentre sulla rete, quando si apre uno spazio su FB e su Twitter, si lascia aperto un canale di comunicazione davvero per tutti (compresi i troll e gli scemi un tanto al chilo che lo usano per insultare e dar fastidio), la comunicazione sui mezzi tradizionali cui Cacciari è legato è invece impostata su criteri fortemente selettivi all’origine: prima devi riuscire a trovare il mio numero di telefono, più o meno segreto, e poi, se a me conviene o lo ritengo opportuno o ti riconosco come degno, puoi sperare che ti risponda.
Cacciari, come gran parte dei vip e dei politici italici, è ancora legato all’idea di una comunicazione aristocratica e monodirezionale, che si rivolge ad intermediatori ben definiti e “autorizzati”: la cerchia degli amici, oppure i giornalisti in qualche modo accreditati, e parla per dichiarazioni che non ammettono un vero contraddittorio, o ne ammettono uno impostato sui canoni della cortesia di mestiere fra pari grado e professionisti.
Anche l’apertura di una pagina facebook vera del filosofo, che però serve solo a comunicare che lui non intende interagire con nessuno sui Social, e quindi è aperta solo per lanciare un proclama senza possibilità di commento da parte del pubblico, dimostra la stessa mentalità. Che poi è la medesima di tantissimi account Twitter di vip più o meno famosi, e che falliscono nel giro di pochi mesi o vengono chiusi: perché il vip in Italia, sia politico, sportivo o dello spettacolo, vive l’account di Twitter o la pagina di FB come un podio da cui scandire i suoi comunicati, ma resta spiazzato quando deve interagire con la massa, persino quella dei suoi fan. Si vedono così vip che vanno in crisi non solo al primo insulto, ma addirittura al primo messaggio non esplicitamente entusiasta, o che, dei mille messaggi e twitt che ricevono, rispondono esclusivamente a quelli inviati da altri vip che considerano loro parigrado, creando la fastidiosa sensazione, in chi li legge, che potrebbero davvero svolgere quella conversazione per telefono fra loro, senza imporla ai follower.

Insomma, la piccata risposta di Cacciari – ripeto, comprensibilissima sul piano dell’esaperazione umana – più che un esame da parte di un filosofo è una fotografia, non entusiasmante, di come i potenti e i famosi in Italia siano incapaci di usare la rete in maniera efficace: non perché non siano in grado di analizzarla nelle sue potenzialità (e eventuali pericoli) ma proprio perché, semplicemente, partono nell’usarla da premesse sbagliate.

Mariangela Vaglio

Insegnante, Blogger e Giornalista, Mariangela Vaglio è nota in rete come “Galatea”. Nel suo blog riflette su costumi, abitudini, vizi e virtù degli italiani in rete. Lo stesso fa per TechEconomy.

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2 commenti

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2 Comments

  1. nic

    18/04/2012 alle 15:21

    cercando in rete articoli e iniziative cui partecipa cacciari mi imbatto nel suo pezzo…ma cosa scrive?!…lei conosce personalmente cacciari? sa come si relaziona con le persone, sa niente della sua disponibiità umana e culturale?…si può essere d’accordo o meno sul giudizio di cacciari su twitter e facebook: ora che in larga parte siano sede di uno sciocchezzaio fine a se stesso surrogato di relazioni più impegnative e vis a vis, è difficilmente contestabile; ma è del tutto fuori strada a interpretare la reazione di cacciari come espressione di un fastidio elitario risentito da una satira che parte dal basso!…cordialità

  2. Mara Celani

    23/04/2012 alle 10:16

    Io ci provo a usare e seguire su twitter persone che mi interessano, quanto ad interagire, la vedo difficile Concordo sugli errori che fanno i vip nostrani nell’uso del mezzo, ma cosa pretendiamo da un paese che si avvicina ora ai social network. Posso solo dire che la sensazione più frequente nello scorrere i tweet delle persone che seguo è quella di orecchiare conversazioni continuamente interrotte, di cui non si coglie il filo a meno di non dedicarvi intere giornate. Interagiscono bene tra loro quelli che comunque si conoscono e si frequentano, ma è raro che comunichino cose utili o interessanti al di fuori della loro cerchia più stretta. Se dovessi consigliare a un filosofo che ammiro molto come Cacciari un approccio giusto all’uso di twitter, è il feed di Alain De Botton, altro filosofo, meno paludato, ma assai incisivo. Lui FA filosofia con i suoi tweet, esattamente quello che mi aspetto da uno come lui, e quindi è ciò che mi aspetterei da Cacciari.

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