Unstructured Media Trends

AppleTV, Roku, Boxee e affini: la OTT-TV resta una bella matassa da sbrogliare

OTT TV

Una delle domande su cui ormai da anni gli analisti, gli osservatori , gli esperti dell’industria dei media continuano ad arrovellarsi senza apparente successo è: “Chi riuscirà a vincere la battaglia della Over the Top TV? Chi riuscirà a fare soldi nel portare i contenuti del web sullo schermo del salotto?”

Non è una questione di poco conto, se si considera che quello che “si vede” sui nostri televisori è stato per più di mezzo secolo saldamente presidiato dall’eterna e (finora) incrollabile alleanza tra major, broadcaster e produttori di elettronica di consumo. Per intenderci, fino ad ora nessuno di questi tre soggetti ha mai provato a cambiare le carte in tavola senza l’esplicito o implicito accordo degli altri due. E del resto, chi glielo faceva fare a rinunciare a un modo sicuro di fare soldi per provare nuove strade, tutte da esplorare?

La OTT-TV, a parole, promette di cambiare le carte in tavola. Per esempio, permettendo ai content provider  di conquistare un pubblico con la sola “forza” del valore del contenuto in un libero mercato, senza dover soggiacere alle regole e ai vincoli fissati dai vecchi “padroni del vapore” dell’ecosistema televisivo. Di privare quindi i “gestori di capacità trasmissiva” del potere di stabilire come girano i soldi e ripartire i flussi di ricavi a monte della catena distributiva.

A parole, appunto, perché il processo di cambiamento si sta dimostrando più laborioso del previsto. E la rappresentazione plastica di queste difficoltà ci viene data dalle caratteristiche dei tre “oggetti” più in voga per sperimentare i primi scampoli di Over the Top video sui fiammanti flatscreen che troneggiano nei nostri soggiorni: la , il Roku Player e la Boxee Box.

Se infatti è vero che ormai da tempo tutti i televisori di nuova generazione integrano le funzioni di questi scatolotti al loro interno, è anche vero che proprio per i motivi appena citati (l’eterna alleanza con major e broadcaster) i produttori di questi televisori – a cominciare da Samsung – si guardano bene dal permettere al loro hardware di fare qualcosa che “dia fastidio”, per esempio promuovendo l’accesso a contenuti di matrice indipendente.

Ed è per questo che si guarda con maggiore curiosità ai suddetti set top box, e in particolare all’ultima versione della Apple TV, lanciata un po’ in sordina in concomitanza con l’iPad3, e che in apparenza non mostra particolari migliorie rispetto alle poco fortunate versioni precedenti, se si eccettua il supporto al Full HD. Ora, dato che una maggiore risoluzione da sola non giustifica un particolare clamore – e ci scusino gli estasiati preordinatori dell’iPad 3 col suo clamoroso retina display – le novità più interessanti che giungono dal mondo Apple riguardano non tanto i device quanto gli accordi commerciali. Dato che (è scontato) attraverso AppleTV non si potrà vedere nulla – in rete – che non arrivi attraverso l’iTunes Store, credo sia degno di nota che tale store adesso integri Netflix, il servizio di noleggio in streaming di film che più di ogni altro contenuto sta spingendo l’intero comparto dell’Online Video nel mondo anglosassone. Implicitamente, è l’ammissione della sconfitta del servizio Apple di noleggio video, che ha sempre scontato l’incapacità di replicare con le major cinematografiche gli stessi accordi di distribuzione “omnicomprensivi” che Jobs riuscì a spuntare con le case discografiche. , invece, può vantare un catalogo amplissimo (con decine di migliaia di titoli sempre disponibili) e direi che questo basta a fare la differenza. Ah, inutile dire che per ora di uno sbarco di in Italia si parla poco e senza certezze: troppi bastoni fra le ruote, manco a dirlo.

Ovviamente la casa di Cupertino non parla mai della Apple TV con grande enfasi, proprio per non spaventare le major. In una occasione Tim Cook la definì “una specie di hobby per noi”, il che appare quantomeno curioso per una azienda che ha sempre ammantato i propri prodotti di una sorta di aura di sacralità. Ma se, pur dopo clamorosi errori, il progetto pare andare avanti è proprio perché il traguardo finale – dominare l’ecosistema video, dopo aver riscritto le regole di quello musicale – è troppo allettante per alzare bandiera bianca.

Se però Apple, con la potenza del suo brand (e la sua capitalizzazione in borsa) è costretta a porsi il problema di non spaventare troppo, non altrettanto può dirsi per altre neonate realtà come Roku e Boxee, che infatti propongono approcci più “laici” rispetto ai contenuti.

Il Roku Player, in particolare, non ancora direttamente disponibile in Italia, è un oggetto particolarmente interessante proprio perché è stato il primo non solo a integrare Netflix, ma anche per il fatto di non aver mai previsto una memoria interna eliminando fin dall’inizio ogni equivoco sulla sua natura di “streaming device”. Un approccio network based  che ha permesso non solo di contenere al minimo il prezzo del box (intorno ai 50 dollari nella versione base, ai 100 per la versione full HD) ma anche di attrarre subito fornitori di contenuti di varia natura. L’ecosistema Roku, basato più su “canali” rigidamente controllati che su “applicazioni”, mette infatti a disposizione di questi ultimi le preziose capability del billing per la pay per view e per le inserzioni pubblicitarie mirate e contestualizzate, elementi che permettono di abilitare interessanti fonti di ricavi.

L’oggetto più aperto, peraltro, rimane il Boxee Box. Il mondo Boxee mantiene – pur tra qualche difficoltà tecnica, legata soprattutto all’integrazione con Flash – la promessa di portare sul primo schermo tutto il video che è già liberamente disponibile sul desktop a patto che qualcuno (non necessariamente il content provider) scriva una applicazione che rispetti i requisiti tecnici del programma per gli sviluppatori. E in ogni caso, per chi abbia una pervicace volontà di navigare attraverso il telecomando – esperienza che sconsiglio vivamente –  è virtualmente possibile vedere anche tutto il resto.

Se infine consideriamo la presenza di Blu-Ray players, delle console per videogames e di alcuni decoder, tutti oggetti ormai candidati a svolgere il ruolo di abilitatori di rete per il televisore, è facile fotografare l’affollamento del panorama davanti a noi.

E’ il fenomeno tipico dei momenti di transizione: tutti vogliono fare tutto, con l’obiettivo di porsi al centro dell’ecosistema e dettare le regole per gli altri. La storia recente (si veda il VHS contro il Betamax) ci insegna che non necessariamente a trionfare è la soluzione tecnicamente più valida. Dal mio punto di vista, spero almeno che abbia la meglio una soluzione il più possibile neutrale rispetto ai contenuti.

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini lavora da oltre 15 anni nel settore dei media. Dopo una serie di esperienze nella comunicazione istituzionale, prima in agenzia e poi in azienda, dal 2009 si occupa, nell’ambito della funzione Strategy del Gruppo Telecom Italia, dell’analisi degli scenari e dell’elaborazione delle strategie nella Media Industry. Dal 2011, nell’ambito della funzione Innovazione, si occupa di valutare potenziali partnership con start-up impegnate in progetti di creazione e distribuzione di contenuti multimediali. Esperto delle issues del mercato dell’Information & Communication Technology, svolge docenze e collaborazioni in ambito accademico. Dal 2008, in particolare, è membro del Teaching Committee del Master Universitario in Marketing Management (MUMM) della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma”. Ha inoltre condotto trasmissioni radiofoniche come “Conversational“, in onda su Radio Popolare Roma nel 2010-2011, nel corso della quale ha approfondito l’impatto dei social media nell’economia, nella cultura, nella politica e nella vita quotidiana delle persone.

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3 commenti

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3 Comments

  1. Fabrizio Ulisse

    19/03/2012 alle 12:43

    Sempre interessante e lucidissimo. La mia paura è che stavolta non ci sia un “trionfatore”, ma che saranno i grandi servizi a fare da baricentro (ovvero: vuoi Netflix? affari tuoi come!), con il risultato di una ancora maggiore frammentazione dei device, non dissimile da quella che esiste già con computer e tablet di ogni sorta. Siamo già arrivati al dongle HDMI open source!

  2. catonano

    19/03/2012 alle 16:54

    e meno male ! Perché per combattere la frammentazione l’unoca via è uniformare i formati.

    questo l’avevate visto ?

    http://wiki.daviddarts.com/PirateBox

  3. antonio pavolini

    21/03/2012 alle 10:40

    sì, ma non mi pare esattamente un oggetto per la OTT-TV…

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