Mi ha detto mio cuggino che una volta ha trovato in spiaggia un cane e invece era un topo. 
Sì, ok in Internet girano un sacco di notizie strane: a volte incredibilmente vere, ma il più delle volte clamorosamente false. Tipo quella del 23 febbraio scorso, che raccontava di una sconvolgente messa domenicale nella chiesa del Santo Spirito a Campobasso, durante la quale i fedeli raccolti in preghiera hanno dato di matto per aver ricevuto una particola fatta con farina allucinogena.

La notizia comincia a circolare su Facebook e racconta con dovizia di particolari l’allucinante funzione:

“C’era chi sosteneva di vedere il proprio santo prediletto, chi in balia di visioni infernali abbracciava il crocifisso, chi rubava il calice del vino al prete, il povero don Achille, costretto a nascondersi in confessionale inseguito da due vecchine che lo prendevano a borsettate dandogli del demonio”

Il “povero don Achille” non avrebbe potuto fare altro che chiamare le forze dell’ordine, E i poliziotti, dopo aver ricevuto la loro dose di borsettate, sarebbero stati costretti a far sgomberare le lisergiche vecchiette. “Mai visto niente del genere e sono stato al G8” – avrebbe commentato un poliziotto.

Avrebbe, certo. Il condizionale è d’obbligo perché si tratta di una storia palesemente falsa e, secondo alcuni, anche piuttosto divertente. Dietro la strampalata notizia ci sono gli autori di Questa non la sapevi! Popolarissimo gruppo di Facebook che da mesi si diletta a confezionare bufale credibili ma non troppo (Ndr. Nel momento in cui scrivo lo staff di Questa non la sapevi! sta insinuando che Lucio Dalla e Germano Mosconi fossero la stessa persona – per dire).

Eppure nell’arco di una mattinata ci sono cascati un po’ tutti: partendo dal piccolo quotidiano online Abruzzo24ore, la vicenda delle “ostie allucinogene” è comparsa sul quotidiano Il Mattino e su Il Sole 24 Ore, su Il Gazzettino e Vanity Fair, sul blog ultrareligioso Pontifex – che ha ovviamente gridato allo scandalo – e sul quotidiano romano Il Manifesto. Fino ad approdare oltreoceano sul Correio do Brasil.

Tutti gli articoli riportano le stesse identiche parole, quelle di Abruzzo24ore che, a sua volta, non ha fatto altro che copiare il finto articolo circolante su Facebook.

Il Manifesto addirittura aggiunge: “La notizia corre sulla rete che si interroga sulla veridicità. In molti dubitano che sia possibile e anche l’arcidiocesi di Campobasso smentisce, ma il giornale che ha lanciato la notizia, Abruzzo24ore, non mostra dubbio alcuno”

Se è vero che a carnevale ogni scherzo vale, è altrettanto vero che il gioco è bello quando dura poco: la sera stessa, sulla pagina di Questa non la sapevi! è comparso un indignato J’accuse nei confronti di “una pigrizia e un’approssimazione del tutto inqualificabili da quella che dovrebbe essere definita etica e professionalità di un buon giornalista”.

In un suo recente post, Luca De Biase racconta la vitale importanza del , ovvero il controllo sistematico di fatti e fonti da parte delle redazioni e dei singoli giornalisti, in un periodo dove vige “la convinzione che la maggior parte dell’effetto si ottiene con un titolo o un tweet e che sono ben poche le persone che vanno davvero a controllare se quanto è stato detto è verificabile”.

Va detto però che, nel caso di una evidente bufala come quella delle ostie allucinogene, più che il fact checking sarebbe stato sufficiente solo attivare il famoso sensore di boiate.

Le ciliegine sulla torta sono state le reazioni delle testate che hanno preso il granchio: alcune, come Abruzzo24Ore e Il Mattino hanno rettificato i loro articoli, spiegando la bufala e facendo passare l’accaduto come una bravata del – addirittura Abruzzo24Ore ha sostenuto la tesi del “Ma noi lo sapevamo!” – altre invece, come il seriosissimo Sole 24 Ore, hanno preferito far sparire il contenuto, lasciando un solitario messaggio di errore a tutti coloro che capitavano sulla pagina…

Lesson Learned: Fate del fact checking un momento fondamentale della vostra attività online, indipendentemente dal valore e dalla portata dei vostri like, share o commenti: non è necessario essere giornalisti di una grande testata per rovinarsi la reputazione quando si prendono fischi per fiaschi. E se sbagliate… non strappate la pagina, ricostruite la storia per evitare agli altri di cadere nella stessa bufala.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

 

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