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Open source = people – il valore della community

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Per molto tempo ho studiato progetti che mi parevano promettenti, il cui sviluppo è anche effettivamente continuato per parecchi anni, tuttavia ad un sacco di iniziative che ho visto crescere (e morire, purtroppo) è mancata sempre una spinta propulsiva ad accettare quello che viene definito feedback della comunità. Certo, magari ho preso in esame anche casi di aziende meno aperte, tuttavia chiunque tu sia, non è possibile un confronto serio e degno di questo nome con l’ecosistema , se mancano i presupposti fondamentali, che oltre ad essere degli interessanti trampolini di lancio possono anche essere vanto e punto di forza del business di un’azienda. Uno di questi, giustappunto, è il valore del feedback della community. Un valore smodato che viene sin troppo spesso sottovalutato.

La comunità come vantaggio

Si, la comunità è un vantaggio: e non solo il fatto che chiunque possa partecipare allo sviluppo del tuo prodotto inviando il proprio contributo, ma anche il fatto che esso sia commentabile, visibile, trasparente per tutti, rende il tuo business molto più orientato al cliente di quanto non lo sia una soluzione chiusa. Bisogna saper dialogare, da brave persone civili, tuttavia costruire una comunità solida su cui anche magari un futuro cliente possa contare è qualcosa di fondamentale per un prodotto open source. L’open source è fatto da persone, che se non vengono ascoltate presto abbandonano la nave, e probabilmente prenderanno parte anche allo sviluppo di prodotti concorrenti; inoltre, anche se un prodotto viene sviluppato secondo logiche aziendali leggermente meno aperte e meno trasparenti, comunque è possibile arrivati al punto del rilascio del codice (o di come-è-fatto, nel caso di prodotti non informatici) supportare la comunità perchè sia invogliata a leggerlo e perchè no, ad individuare falle. Lo ha capito la stessa Microsoft, paladina del closed source, la quale con Kinect ha deciso di stimolare programmatori di terze parti ad inventare nuove tecnologie che ne facessero uso, e a studiare il funzionamento dell’apparecchiatura stessa, creando attorno al suo prodotto una cerchia di appassionati che desse nuovo valore all’oggetto una volta uscito dall’ambito di vendita e strettamente aziendale.

Rendi disponibile un indirizzo email a cui sia possibile inviare patch, e vedrai in ritorno non solo un prodotto migliorato da contributi volontari, ma anche della manodopera che, detto brutalmente, sfrutta la propria passione per inviarti qualcosa che sta a te accettare, che è totalmente gratuito, e che spesso è un’aggiunta notevole.

Il caso Google e

Google sta gestendo molto bene lo sviluppo di Android e l’ecosistema di appassionati che è venuto a crearsi intorno al suo gioiello: non solo infatti il codice del sistema è liberamente modificabile e redistribuibile, cosa che fa di Android una delle soluzioni per il mobile con più hacker attorno, ma è possibile mandare a Google stessa delle patch per il codice di Android, che sta ovviamente alla casa accettare.
Inoltre, si è visto con Android 4.0 quanto abbia contato il feedback della comunità per l’inclusione di alcune feature “di contorno”. Per scoprirlo basta prendere in esame il rapporto che c’è tra Android e CyanogenMod, una versione di Android modificata in parecchi aspetti da sviluppatori esterni e contributori volontari: non solo il lavoro fatto sulle precedenti release è stato ottimo, ma per Ice Cream Sandwich, la nuova versione di Android, Google ha scelto di integrare feature a margine prese proprio dal codice del progetto CyanogenMod, il che non solo farà aumentare il senso di soddisfazione della comunità, la quale sentirà di avere un peso, ma incentiverà sempre nuovi contributori ad intervenire su quel prodotto, sapendo che è possibile che la propria patch venga adottata dall’azienda.

La comunità per la

Come ho scritto nel mio articolo sulla openness nella PMI e su quanto sia possibile se non necessaria, un’impresa simile si trova sempre a corto di budget. Gestendo le sue criticità (magari non tutte) in maniera pubblica, è possibile trovare manodopera volontaria, rilasciando poi il software come open source e facendo si che il contributo ricevuto sia a beneficio di tutti; si potrà successivamente monetizzare il proprio business anche facendo leva sui volontari, rendendoli parte del processo. È interessante, se non altro, vedere come più teste provenienti non dall’ufficio accanto ma dal “basso”, possano trovare soluzioni a cui non si era pensato in precedenza, o implementarne di eleganti magari scartate perchè troppo esose in termini di costi o risorse. Ovviamente c’è un contraccolpo: la comunità oltre ad andare gestita, va gestita anche bene altrimenti si rischia molto. Il semplice fatto di dire grazie a qualcuno per un contributo può essere un plus, come un minus in caso di risposte automatizzate; in quel caso, il feedback presso il cliente sarà sempre pessimo, data la stucchevolezza di prestampati e risposte copincollate. Ciò che emerge, comunque, è che la comunità rappresenta un assoluto valore aggiunto nello sviluppo di una soluzione open; imparare a gestirla può diventare un punto di snodo importante per il business di una compagnia. Nei prossimi articoli vedremo insieme come fare e soprattutto come non fare, per gestire un pool di contributori esterni.

Alessio Biancalana

Alessio Biancalana

Il giorno che i suoi genitori gli regalano il suo primo computer, comincia la sua avventura nel mondo del digitale. Parecchi anni dopo, avviene per lui il contatto con il sistema operativo Linux e (conseguentemente) con il mondo dell’open source: un mondo fatto di codice, numeri, compiti, obblighi, contributi ma soprattutto di persone, e di complessi rapporti che le legano. Studente di Ingegneria Informatica, giornalista online riguardo il codice aperto e i sistemi Unix, ma soprattutto smanettone nell’anima.

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