#EpicFail

Quella volta che il MIUR volle fare l’internesciònal

Quella volta che il MIUR volle fare l’internesciònal.techeconomy

Impara bene l’inglese che serve! Ok, poi una riceve una mail con uno screenshot in allegato e sente quelle poche certezze sgretolarsi, specialmente dopo aver passato la giornata tra signore mezze ingessate che discutono di quella nave affondata all’isola del Giglio come se fosse successo ieri. (E il giorno dopo stesso stupore: Ussignur, che tragedia! E che cos’è, il giorno della marmotta delle news?)

Ma sto divagando.
Succede che nel tardo pomeriggio del 15 febbraio, su Twitter e Facebook comincia a circolare questo snapshot del sito del – il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca

Ora. Come EpicFail è talmente epic che credo si commenti da sé. Il sito del Ministero dell’Istruzione tenta di tradurre “pecorino” – ehi, i termini stranieri non andrebbero nemmeno tradotti, quindi ci scappa pure il GrammarFail – e incappa invece nei tecnicismi delle posizioni sessuali. Con la lettera maiuscola, pure. La cosa migliore è che il bando, svarione compreso, è stato pubblicato anche sul sito della Commissione Europea e su Nature – ma è stato rimosso in entrambi i casi poche ore dopo.

In tempo zero la gaffe ha fatto il giro dei social network ed è schizzata sulla stampa nazionale. Sull’argomento si sono scatenati un po’ tutti: qualcuno ha rimpianto il colossale tunnel di neutrini della Gelmini, altri hanno sperato che fosse uno scherzo. I traduttori professionisti avranno portato il diploma della scuola interpreti e una lampadina a MacGyver, perché ne facesse una pratica testata nucleare da tenere in tasca.

Com’è potuto succedere? Tutti abbiamo pensato alla stessa cosa, e cioè che al MIUR usino Google Translate senza vergogna e che, al contempo, siano abbastanza morigerati da non dare una sbirciatina a RedTube durante l’orario di lavoro.

Paolo Attivissimo, però, ha attivato la modalità San Tommaso e ha provato a tradurre lo sventurato formaggio con il traduttore di Google, per scoprire che l’errore non veniva da lì. (Io per sicurezza ho provato anche con Babel Fish: anche con questo tool il pecorino manteneva intatta la sua natura di prodotto caseario).

La mattina dopo l’errore è stato corretto tra le matte risate di mezzo Paese e Repubblica ha scovato il Prof. Gustavo Campodoni, docente di Agraria all’Università di Firenze e responsabile del bando. Campodoni ha spiegato come la traduzione gli sia arrivata già bell’e pronta da una terza persona e come lui si sia limitato a pubblicare il documento sul sito del MIUR: “È colpa mia che non ho controllato, mi scuso con tutta la comunità scientifica, un errore imperdonabile”.

Uhm. Lasciamo perdere la dietrologia e prendiamo per buona la tesi del drammatico errore di traduzione (di Google, perché un traduttore umano una cosa simile l’avrebbe potuta fare solo a scopo di goliardia). Del resto, è la spiegazione ufficiale offerta anche del MIUR stesso che, il 16 febbraio, ha pubblicato con apprezzabilissima autoironia una nota:

“Vi ringraziamo dell’attenzione e dell’affetto con il quale quotidianamente leggete e scrutinate le migliaia di pagine e documenti pubblicati da questa amministrazione. Grazie alle vostre segnalazioni siamo venuti a conoscenza anche noi di errori, alcuni dei quali decisamente surreali. Si tratta di un lavoro prezioso che ci aiuta a correggerci e a migliorare. Vi invitiamo a continuare a farlo e, se vorrete, l’ufficio stampa e il sito sono a disposizione per le vostre segnalazioni”.

E dire che non è nemmeno la prima volta che succede: se il pecorino vi ha stuzzicato l’appetito, potete leggere questa compilation di traduzioni sventurate raccolta dieci anni fa da Sebastiano Messina. Old but gold. 

Lesson Learned: Dovete tradurre qualcosa? Fate un investimento e affidatevi a un traduttore professionista ma, prima di tutto, umano. Diffidate dei tool automatici. E comunque, prima di pubblicare qualsiasi cosa in un qualsiasi posto della Rete, per favore, rileggete sempre. Svarione o scherzo che sia, l’EpicFail è sempre in agguato.

Valentina Spotti

Valentina Spotti

Nasce nel 1984 e vede per la prima volta una pagina web sul finire degli anni Novanta: ci rimane male perché si immaginava chissà cosa. Poi vennero i blog, YouTube e i social network, e nel 2009 una tesi sulla costruzione della reputazione in Rete la porta alla laurea in Scienze della Comunicazione. Per un certo periodo si è occupata di Media Education in quel di Bruxelles, poi è tornata a Milano ed è diventata web editor.

5 commenti

Commenti e reazioni su:

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5 Comments

  1. Alberto

    18/02/2012 alle 12:11

    Io credo che i concorsi per alcuni ruoli della P.A. vengono fatti al contrario: più sei bravo, più ci sono buone probabilità di non essere preso…inoltre potresti far sfigurare gli altri!
    Ennesimo Epic Fail da parte del Ministero della Distruzione……

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  5. Hippie

    04/12/2016 alle 08:14

    That’s a creative answer to a diulfcfit question

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