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Anche la BBC ha la sua policy per Twitter: il parere di Ernesto Belisario

BBC

Altra redazione, altra stretta sulla policy per . Stavolta è il turno della che ha di recente  invitato i suoi redattori a non lanciare notizie su Twitter prima di averle comunicate alla redazione dell’emittente. Una nuova tendenza, restringere l’utilizzo dei social media e riportarlo sotto il controllo editoriale delle testate, sembra prendere piede nel mondo del giornalismo digitale. Dopo  Sky News e l’Associated Press, è la volta del broadcaster pubblico del Regno Unito.

Le nuove regole, stando al comunicato ufficiale, non vogliono ridurre l’utilizzo dei social network, piuttosto puntano ad assicurare che le informazioni vengano prima comunicate alla struttura interna di raccolta e poi rilanciate sui profili sociali dei giornalisti. Il punto centrale sarebbe non rallentare la costruzione delle notizie e non lanciare notizie ai danni della testata.

Chris Hamilton, editor della BBC, precisa che la nuova policy non lede la velocità con cui le news verranno inserite nei social network. “Siamo fortunati ad avere una tecnologia che permette ai giornalisti di trasmettere tramite testo simultaneamente alla nostra newsroom e ai loro profili Twitter. Ma siamo stati chiari che la nostra prima priorità rimane assicurare che le informazioni importanti raggiungano i colleghi della BBC, e così tutte le nostre audience, il più velocemente possibile – e sicuramente non dopo che hanno raggiunto Twitter.”

Intervistato sul tema, Ernesto Belisario, esperto di diritto amministrativo e di diritto delle nuove tecnologie, non è convinto che le critiche rivolte alle nuove regole siano giustificate. “Non mi convincono le critiche di chi dice che i network avrebbero paura di Twitter; semmai cercano di evitare che i propri dipendenti gli facciano concorrenza o, comunque, si muovano al di fuori di logiche aziendali. Francamente, non mi sembra un comportamento da biasimare. Naturalmente, un conto è se si tratta dell’account personale del giornalista, un conto è se parliamo di uno spazio aperto dall’azienda. Mentre nel secondo caso è intuitivo a chi spetti il controllo dei contenuti, nel secondo siamo in una “zona grigia”, potenzialmente pericolosa, da cui è possibile tutelarsi solo definendo regole certe. Credo che la libertà di manifestazione del pensiero debba essere sempre garantita il più possibile, ma che anche gli interessi dell’azienda, meritino tutela. Quindi, oltre ai disclaimer in cui si renda noto che le opinioni sono espresse a titolo personale, è comprensibile che ci siano alcuni divieti relativi: al contenuto del contratto, alle informazioni acquisite in occasione dell’attività lavorativa, a critiche a colleghi e – in genere – a ogni informazione che potrebbe danneggiare l’immagine (e la reputazione) dell’azienda.”

La tendenza verso social media policy più restrittive non è, in ogni caso univoca, altre testate puntano su un utilizzo maggiormente ampio e libero dei social media da parte dei propri giornalisti, semplicemente all’interno di una strategia editoriale di ampio respiro e non in maniera confusa e priva di obiettivi definiti. Liz Heron, social media editor del The New York Times, ha, ad esempio, sottolineato la necessità non di limitare, ma di coordinare l’utilizzo dei social network all’interno di un progetto strategico complessivo.

Belisario sottolinea analoghi aspetti della questione: “All’inizio, aziende e professionisti si sono iscritti su Twitter (e in generale sui Social Network) senza pensare a quello che sarebbe diventato, non ponendosi alcune importanti questioni (ad esempio, cosa sarebbe successo all’account del giornalista in caso di passaggio ad un’altra testata). Se questo atteggiamento disinvolto era comprensibile fino a qualche tempo fa, adesso non è più opportuno (né consigliabile) procedere in modo spontaneistico e disorganizzato; ormai conosciamo i Social Media e le loro principali implicazioni giuridiche, anche con riferimento all’organizzazione interna e ai rapporti tra aziende e collaboratori. Di conseguenza, nell’ottica di un approccio strutturato, è assolutamente auspicabile l’adozione di un documento (c.d. “Social Media Policy”) in cui, tra le altre cose, disciplinare proprio quale uso i dipendenti possono fare di questi nuovi strumenti, definendo in modo chiaro tutti i profili più delicati ed evitando polemiche e critiche, oltre ad eventuale contenzioso. Mi chiedo quando, anche in Italia, gli organi di informazione ne adotteranno una e – soprattutto – la renderanno pubblica.”

Rory Cellan-Jones, giornalista esperto di tecnologie della BBC, commentando la nuova policy, ha scritto: “La rivoluzione dei social media sta cambiando la struttura di potere nelle newsroom, permettendo a giovani giornalisti che comprendono questo nuovo mondo – e a pochi più anziani – di costruirsi una reputazione indipendente dalla propria organizzazione”. 

Il che non è affatto negativo, tutt’altro,  purchè, avverte Belisario,  vi sia un’oculata regolamentazione dell’uso dei  SNS nei contesti professionali con policy elastiche e non restrittive:  “E’ ovvio” spiega il giurista ” che, in prospettiva, avranno successo le policy più elastiche; in base ad una recente indagine, i giovani professionisti – al momento del colloquio di lavoro – tendono ad informarsi sulla policy che l’azienda ha sull’uso dei Social Media. Chi adotterà una policy eccessivamente restrittiva potrebbe rischiare di perdere le migliori risorse.”

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