Sta facendo molto discutere la scelta di Twitter di cambiare la propria policy, in modo da consentire – nel caso in cui le autorità di un Paese lo richiedano – di oscurare messaggi di singoli utenti (solo) nel Paese richiedente e non in tutti gli altri.

Da più parti si è gridato alla “censura”, sabato 28 gennaio si è addirittura tenuto il #TwitterBlackout (una sorta di sciopero dei Tweets) e numerosi sono coloro che hanno commentato la notizia (tra i tanti, segnalo: Giovanni Boccia Artieri, Fabio Chiusi, Luca Conti e Guido Scorza).

Come cambia la policy di
Fino ad oggi, quando le autorità di uno Stato segnalavano la contrarietà di un tweet alle proprie leggi, il rimedio consisteva nel rimuovere quel contenuto a livello globale. Con il cambio della policy, in queste situazioni, Twitter renderà il contenuto irraggiungibile dagli utenti del Paese richiedente, mantenendolo disponibile nel resto del mondo.
I messaggi rimossi saranno inoltre comunque inseriti in un apposito elenco tenuto sulla pagina del progetto Chilling Effects raggiungibile all’indirizzo http://chillingeffects.org/twitter.

Quella di Twitter non è censura
Mi sembra che – come già autorevolmente sostenuto - non sia possibile parlare di censura e che le critiche nei confronti di Twitter siano quantomeno ingenerose. A prescindere dalla relativa semplicità con cui è tecnicamente possibile aggirare questo oscuramento “selettivo” (e volete che quelli di Twitter non lo sappiano?), è opportuno svolgere alcune considerazioni.

1. Twitter è un’azienda, non un movimento per i diritti umani
Twitter è il servizio fornito (gratuitamente) da un’azienda che persegue finalità di lucro e – per poter legittimamente operare – deve assicurare la compliance alle normative dei Paesi in cui opera (al pari di tutti gli altri operatori).  Infatti, la nuova policy non prevede alcuna censura preventiva ma solo l’oscuramento nel caso in cui le autorità competenti di un Paese segnalino la contrarietà alle leggi ivi vigenti.
Non spetta a Twitter condurre atti di disobbedienza civile (cosa succederebbe se ognuno di noi violasse le leggi o le condanne che ritiene ingiuste?) o condurre battaglie contro i regimi totalitari.
E comunque, per amore di verità, bisogna ricordare che Twitter si è finora contraddistinta per la tutela dei diritti dei propri utenti, come dimostra la battaglia  legale condotta contro il Governo americano in relazione alla vicenda Wikileaks.

2. Twitter adotta un modello trasparente (e pragmatico)
Quello dell’eliminazione dei contenuti su richiesta delle autorità è tema non nuovo: tutti i fornitori di servizi Web lo fanno (alcuni in maniera trasparente, altri meno). Si tratta di un tema ancor più delicato quando si offre un servizio in tutto il mondo, in quanto bisogna confrontarsi con le normative di diversi Paesi, molto diverse da loro.
In attesa di normative uniformi adottate a livello internazionale (auspicate da tempo, ma che forse non arriveranno mai), quello di Twitter appare un esperimento pragmatico, improntato alla massima trasparenza (anche nei confronti degli utenti per cui i contenuti risulteranno oscurati).

3. Il vero problema sono Governi autoritari e leggi inadeguate
Francamente, non capisco coloro che dicono che sarebbe preferibile per un’azienda non operare in determinati Paesi. Non solo perché le aziende – a prescindere dalla responsabilità sociale – rispondono agli azionisti e agli investitori, ma anche perché credo che essere comunque presenti, evidenziando chiaramente quanti contenuti sono rimossi e per quali motivi possa avere un duplice positivo effetto:
a) consentire agli utenti del Paese in cui il tweet viene oscurato di avere immediata evidenza della censura in essere;
b) permettere a tutti gli altri utenti di rendersi conto di quello che sta accadendo in quel Paese.

La mia prima impressione è che l’oscuramento selettivo non troverà applicazione soltanto nei regimi totalitari (come la Cina), ma – paradossalmente – potrebbe essere più usato nelle “evolute” democrazie occidentali a causa della “strisciante censura” che trova fondamento nelle defamation laws e nella normativa in materia di copyright. Non è un caso che – come riportato sulla pagina di Twitter su Chilling Effects – siano già oltre 4.400 i contenuti rimossi per violazione delle norme in materia di diritto d’autore.

Se il meccanismo predisposto da Twitter funzionasse (ed è su questo che bisogna vigilare!) potremmo tutti capire quali sono i Governi veramente autoritari e le leggi ormai inadeguate e – perché no? -  fare noi le battaglie che (comodamente) vorremmo i giganti del Web conducessero al posto nostro.

 

Ernesto Belisario

Avvocato, specializzato con lode in Diritto Amministrativo e Scienza dell’Amministrazione. Si occupa, per professione e per passione, di diritto delle nuove tecnologie e di diritto amministrativo. Docente presso l’Università degli Studi della Basilicata, è relatore in convegni, incontri e seminari sulle materie di attività e tiene lezioni in Master Universitari, corsi di formazione e specializzazione.

Autore di numerose pubblicazioni (cartacee e digitali) sui temi del Diritto Amministrativo e dell’Information Technology Law, è Vice Direttore del Quotidiano di informazione giuridica “LeggiOggi.it” e componente del Comitato Scientifico della Rivista “E-Gov” di Maggioli. È referente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Potenza presso la Fondazione Italiana per l’Innovazione Forense (FIIF) e componente del Gruppo di Lavoro per i giovani avvocati del Consiglio Nazionale Forense.
È socio fondatore e segretario generale dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione e Presidente dell’Associazione Italiana per l’Open Government; oltre al proprio blog (“Diritto 2.0”), è tra i curatori di “TheNextGov”, uno spazio sul sito de “L’espresso” in cui parla di nuove tecnologie e innovazione in ambito pubblico.

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