Unstructured Media Trends

No, di questo passo la rete non ci salverà dal mainstream

Di questo passo la rete non ci salverà dal mainstream.techeconomy

Era il 2005 quando Chris Anderson pubblicava su Wired il suo celebre articolo sulla coda lunga. Grazie al web – diceva Anderson – potremo finalmente nutrirci dell’informazione, della cultura e dell’intrattenimento che scegliamo, divisa in mille nicchie e micronicche secondo i nostri reali interessi, e non quella generalista e “mainstream” , fino ad allora l’unica economicamente sostenibile per i padroni del vapore della distribuzione di contenuti, vale a dire gli editori di libri, giornali, musica, radio e tv.

Da allora, verrebbe da dire, ne è passata di acqua sotto i ponti. Anderson è stato molto criticato, e a volte persino sbeffeggiato, sia per aver estremizzato in un libro la sua idea originaria (anche fuori dal mondo dei contenuti digitali, dove invece trovava già le prime applicazioni), ma soprattutto per il fatto stesso di averla rivenduta come una vera e propria teoria economica, quando in realtà si trattava di una valida intuizione, ma priva di alcun rigore scientifico.

Eppure alcuni fenomeni – come il successo di Netflix, che si fonda sulla distribuzione digitale e sulla sostenibilità di un catalogo amplissimo – sembrano dare corpo al principio della coda lunga. Più in generale, in larga parte del mondo anglosassone, dove questi trend si colgono in anticipo, si è indubbiamente assistito alla proliferazione di culture “altre”: quelle che qualcuno chiama “culture digitali”, tendenti a una progressiva diversificazione e al rifiuto di qualsiasi omologazione, a conferma che Anderson – forse – ci aveva visto giusto.

Ma se ci spostiamo in Italia, lo scenario appare molto meno dinamico ed eccitante: da noi sembra infatti prevalere un trend di consumo di contenuti molto meno “spinto” verso le nicchie rispetto alle aspettative. Il web, più che culture “altre” sembra aver sviluppato culture “derivate” dal mainstream. Si aggregano gruppi e sottogruppi sociali capaci di stare ore e ore in vari loggioni e piccionaie digitali, ma quasi esclusivamente per parlare dei soliti noti, vale a dire le persone che hanno varcato la “linea rossa” della celebrità”, nella migliore o peggiore tradizione di quello che ci ostiniamo a chiamare “berlusconismo”.

A ben vedere, sembra esserci qualcosa di più profondo, che prescinde da una certa evoluzione socio-politica. Infatti anche nelle “zone pregiate” della rete, quelle in cui si riesce a parlare d’altro, il meccanismo che determina il successo di qualcosa o qualcuno di davvero nuovo sembra replicare – in piccolo – la logica dello star-system tradizionale. L’Italia, sul web, è la patria dei “Social King”, per riprendere il titolo di una trasmissione RAI che premia i personaggi più genericamente in vista su YouTube. Sui social network frequentati da addetti ai lavori, come FriendFeed, i personaggi più popolari non colgono un “Interesse verticale” o una “nicchia tematica”, ma sono – semplicemente – persone in grado di colpire l’immaginario con la propria personalità.

Costoro possono contare su un pubblico che è solo felice di avere “qualcuno di cui parlare” senza esporsi mai in prima persona, proprio come le comari di paese che spettegolano guardando lo struscio dalla finestra, senza ovviamente mai scendere in strada. E là dove negli USA ci si “ispira a vicenda” e impazzano i meme, le opere derivate, i “project 365” (la sfida di pubblicare qualcosa di proprio e di creativo tutti i giorni di un anno), da noi ci si accontenta di una popolarità di risulta, quella che si ottiene facilmente passando il proprio tempo a parlar male degli altri, in un vero e proprio trionfo del generalismo che appiattisce tutto lungo la linea monodimensionale che collega i due estremi: il WIN da un lato, il FAIL dall’altro (con una netta preferenza per il secondo, molto meno impegnativo).

Non a caso le vere star della rete sono e restano gli eroi negativi. Gli Schettino di oggi sono le Santanchè di ieri e i Fede dell’altroieri. Ma resta da chiedersi, tristemente, di cosa scriverebbero i nostri maître à penser digitali se invece che nell’Italia di Schettino ci trovassimo nell’irreprensibile Svezia di Bergman e Olof Palme. Non lo so e forse preferisco non saperlo, anche perchè – dal punto di vista del talento – temo proprio che dietro al muro del cinismo a buon mercato si nasconda solo il vuoto pneumatico. 

 

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini

Antonio Pavolini lavora da oltre 15 anni nel settore dei media. Dopo una serie di esperienze nella comunicazione istituzionale, prima in agenzia e poi in azienda, dal 2009 si occupa, nell’ambito della funzione Strategy del Gruppo Telecom Italia, dell’analisi degli scenari e dell’elaborazione delle strategie nella Media Industry. Dal 2011, nell’ambito della funzione Innovazione, si occupa di valutare potenziali partnership con start-up impegnate in progetti di creazione e distribuzione di contenuti multimediali. Esperto delle issues del mercato dell’Information & Communication Technology, svolge docenze e collaborazioni in ambito accademico. Dal 2008, in particolare, è membro del Teaching Committee del Master Universitario in Marketing Management (MUMM) della Facoltà di Economia e Commercio dell’Università “La Sapienza” di Roma”. Ha inoltre condotto trasmissioni radiofoniche come “Conversational“, in onda su Radio Popolare Roma nel 2010-2011, nel corso della quale ha approfondito l’impatto dei social media nell’economia, nella cultura, nella politica e nella vita quotidiana delle persone.

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7 commenti

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7 Comments

  1. gabriele

    23/01/2012 alle 11:43

    É un fenomeno che ho notato anche io, ma penso che esistano almeno due diverse situazioni originarie:

    1) ambienti che hanno una dimensione internazionale naturale (es. scienza, tecnologia), in questo caso quelli che normalmente diventerebbero i leader locali semplicemente si aggregano alla comunità mondiale. É sicuramente una cosa negativa a livello locale, ma nessun Paese occidentale ne è escluso e la velocità di evoluzione di tali settori, a cui gli italiani contribuiscono, è un fatto positivo innegabile.

    2) ambienti che hanno una dimensione locale (es. politica, cultura). In questi casi così come esiste una correlazione tra giovinezza della popolazione e violenza, ne esiste una tra anzianità e stagnazione.

    Negli Stati Uniti la società è, di per sé, culturalmente attiva, ovvero esistono spazi educativi e comunità dove le persone possono imparare e farsi strada. Ciò significa che chi trova uno sbocco su internet non è qualcuno di tecnicamente meno capace, ma solo qualcuno che incontra i favori di un pubblico diverso da quello mainstream. Questo, a sua volta, innesca un circolo virtuoso, per cui le persone hanno diverse possibilità, a diversi livelli (amatoriale, semi-professionale, professionale), per esprimersi.

    In Italia esiste, invece, un circolo vizioso. Ciò accade poiché i nuovi (potenziali) leader non hanno spazi, tradizionali o meno, dove imparare e trovare sbocchi; questo comporta che i suoi leader tradizionali, anche quando capaci, sono esclusi dall’incontro con nuove realtà, e di conseguenza non hanno nulla di interessante da dire.

    In sintesi quello che si chiede ad internet negli Stati Uniti è di permettere a tutte le espressioni sommerse di emergere; quello che si chiede ad Internet in Italia è di creare una società alternativa rispetto a quella tradizionale. Non escludo che questo possa accadere, ma sicuramente richiede più tempo ed anche persone con qualità di leadership, oltre a quelle tecniche normalmente richieste ad un americano.

  2. Pingback: Il bisogno di un mostro, l’incapacità di sopportare il dubbio e di aspettare « sabatotrippa

  3. Bruno

    23/01/2012 alle 16:50

    Caro Antonio,
    ma sei sicuro di non rappresentare anche tu il mainstream?
    Non fai per caso parte anche tu di quella compagnia di giro che da 10 anni a questa parte rappresenta l’altra faccia della medaglia di quella che tu chiami “mainstream, quella costituita dai critici di mestiere che quotidianamente estraggono il cilicio e si e ci fustigano per il fatto che noi italiani in Rete siamo sempre “inadeguati”: non avevamo abbastanza connessioni a banda larga poi non stavamo abbastanza in rete e, ora che ci stiamo, siamo lì solo per fare pettegolezzo on line su fb & co?
    E ci narrano sempre di un altrove, una “terra promessa” in cui gli utenti godono del wifi libero e fanno un utilizzo intelligente della rete anzi più “dinamico”.
    Non sarà che in Italia non nascono i Netflix perchè quelli che non usano la rete come “ragazzi del muretto” sono impegnati a fare i Savonarola del web?

  4. Pingback: Caro Paolone « la fiera della vanità

  5. antonio pavolini

    24/01/2012 alle 12:37

    Paolone, sul fatto di rappresentare io il mainstream credo di poterti rispondere con ragionevole sicurezza. Nei contesti in cui lavoro, sono considerati “nicchia” persino Discovery Real Time e John Coltrane. 🙂 Inoltre è del tutto ovvio (mi sembrava inutile sottolinearlo) che anche negli USA la stragrande maggioranza dei contenuti pubblicati su internet fanno riferimento al mainstream. Ma è indubbio che la “minoranza” di quelli che sulla rete producono contenuti propri, senza limitarsi a commentare giornali, radio e tv sia molto più piacevolmente rumorosa della nostra. Chi da noi parte con un progetto originale invece di essere incoraggiato viene accusato, se “podcaster”, di “non avere un linguaggio e un ritmo radiofonico”. Se prova a scrivere un post online, magari con idee interessanti, viene accusato di non avere uno “stile e un rigore giornalistico”. Se apri una web tv ti dicono che “non sai fare televisione”. Questo intendevo.
    Le mia non è una critica a nessuno in particolare, ma solo l’amara constatazione che è più facile prendersela con chi sale sui vecchi palcoscenici che crearne di nuovi. Poi da noi, lo sappiamo, prevale “il riflesso della deprecazione”, che fa molto spirito del branco, ma probabilmente è proprio un tratto nazionale: il mio post arriva buon ultimo, dopo un buon decennio speso a segnalare e ricondividere le cose belle e innovative che vedevo nel web italiano, senza mai criticare nessuno. Quindi se ci vedi dei toni amari è proprio per il credito che penso di aver accumulato dalla notte dei tempi, tutto qui.

  6. antonio pavolini

    24/01/2012 alle 12:45

    Gabriele, ti quoto al 100%, con una aggiunta. Da noi il concetto di “leadership” è equivocato,e ha poco a che vedere con quello, molto anglosassone, a cui fai riferimento. Da noi si diventa leader a forza di parlar male degli altri, e di lucra sulla differenza. Non esattamente un concetto conciliabile con quello di “creatività” 🙂

  7. Pingback: Touchscreen e input device: le conseguenze insospettabili | Tech Economy

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